La battaglia di Hacksaw Ridge – La recitazione di Andrew Garfield

di Gianni Canova

La questione è che lui, Andrew Garfield, l’ex-uomo ragno di Spider-Man, la faccia da eroe proprio non ce l’ha.
Il phisique du role neppure.
La sua è la faccia perfetta del bravo ragazzo.
Del giovine perbene.
Del fidanzatino ideale.
Del fratello maggiore.
Dell’amico premuroso.
Ma l’eroe, decisamente no.
Eppure, in La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson, lui deve incarnare proprio il prototipo dell’eroe.
Deve costruire un personaggio di statura epica: un monumento vivente al coraggio, al sacrificio, all’altruismo, all’abnegazione.
Lo vedi accanto ai suoi commilitoni che vengono addestrati insieme a lui da un sergente burbero e turpiloquente come quello di Full Metal Jacket e pensi che la faccia da eroe tutt’al più ce l’hanno gli altri:
ad esempio il biondo e ceruleo Luke Bracey,che fa del personaggio di Smitty un campione di coraggio, prestanza,
machismo e amicizia virile. Tutto il contrario di lui.
Ma allora i casi sono due. Due le ipotesi possibili.
Ipotesi 1: Andrew Garfield nei panni del pacifista Desmond Doss, obiettore di coscienza che vuole andare al fronte a combattere per i valori in cuoi crede senza peraltro contravvenire al suo rifiuto delle armi, è un caso clamoroso di miscating.
È errore imperdonabile nella scelta del protagonista.
Ipotesi 2: al contrario, l’aver scelto lui è un esempio interessante di un casting spregiudicato e coraggioso, che spinge un attore a sfidare se stesso e a interpretare un ruolo lontano dalle sue naturali caratteristiche fisiche e somatiche.
Ognuna delle due ipotesi può vantare qualche buona ragione. Proviamo a sintetizzare quelle che – almeno secondo me – sembrano più convincenti.
Ipotesi n.1. Ovvero: un disastro nel cast.
Andrew Garfield ha la medesima espressione in tutto il film.
Ha stampato in viso lo stesso identico sorrisetto ironico-attonito sia quando vede per la prima volta la sua infermierina Dorothy, sia quando viene insultato dal sergente Howell, sia quando su uno sperone roccioso di Okinawa salva da solo – lui che l’esercito voleva cacciare per codardia – 75 suoi compagni feriti in quel vero e proprio mattatoio umano che è stata la battaglia di Hacksaw Ridge.
Allampanato, un po’ incredulo, quasi estraneo a quel che gli accade, anche quando si sforza di dar corpo alle emozioni che il personaggio non può non provare (come quando chiuso in cella prende a pugni il muro e la porta urlando di rabbia) in realtà non riesce mai a dare fisicità agli stati d’animo e ai fantasmi del personaggio,
lasciando che siano i dialoghi o le situazioni ad esprimere ciò che la sua tecnica attoriale non è in grado di comunicare.
Ipotesi 2. Ovvero: una sfida nel cast.
Garfield è perfetto per il ruolo perché esprime l’eroismo dell’uomo comune. Perché mostra con una semplicità disarmante come un uomo ordinario, posto in circostanze straordinarie, possa rivelarsi un eroe.
Il fatto che non abbia il phisique du role (cosa che gli rimprovera il sergente Howell quando lo chiama sprezzantemente “fusto di mais”) accresce la forza della sua interpretazione: avesse avuto il corpo da eroe, la faccia da eroe, i muscoli da eroe, la postura da eroe, l’arroganza dell’eroe la sua avventura ci avrebbe coinvolto meno.
L’avremmo sentito lontano, diverso. Invece Garfield ci avvince e ci convince perché sentiamo che è uno di noi.
Perché quando trascina corpi maciullati e impastati di terra e di sangue sotto il fuoco spietato dei giapponesi, così fragile, così indifeso, così attonito (certo!) sentiamo che è animato da quell’ eroismo nascosto ma tenace che forse in parte è un poco in tutti noi.
E lo stesso suo volto impassibile esprime come meglio non si potrebbe lo smarrimento di un mistico-stoico che pensava di andare in guerra e invece si ritrova nientemeno che all’infermo.

Se siete arrivati fin qui nella lettura, a questo punto tocca a voi dire la vostra.
Siete per l’ipotesi 1 o per l’ipotesi 2? O avete visto Garfield anche in Silence di Scorsese
e pensate che ci sia spazio anche per un’ipotesi 3?

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Commenti

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Carlo Gioanina 6 mesi fa

Come lei, in modo ovviamente super amatoriale, mi ero scontrato personalmente fra me e me su quale lato pormi; sul lato pro interpretazione e scelta di Andrew come protagonista o sul lato opposto. Sinceramente sono rimasto nel mezzo. Ho percorso il ponte a metà e poi ho riflettuto appunto sul fatto che lui fosse al cinema con un altro film, Silence. Un film che ho deciso di guardare da solo, in una sala semi vuota, ad un orario scomodo per i più. Me lo sono così gustato profondamente, come non mi capitava da tempo. Un film, che personalmente pensando, per esser compreso e vissuto totalmente ha bisogno anche dell’estremo silenzio (ciò che dovrebbe vigere sempre in una sala cinematografica, come vige in chiesa) della sala. Così me lo sono goduto. Fino alla fine (dei titoli di coda). Ed è grazie alla visione di questo lungometraggio che posso sentirmi di pormi nel mezzo, dove tutto può e non può essere. So che può sembrare un atto di codardia, quello di non schierarsi però in questo caso reputo perfettamente imperfetta questa scelta. Reputo al 50% estremamente azzeccata l’idea e la conseguente decisione di affidar a lui questo ruolo e al 50% lo reputo, ancora oggi, un azzardo riuscito appunto a metà. Però, se poi valuto l’insieme penso che, non conosco i retroscena (quale dei due film sia stato girato prima, quale sia stato finito prima, quale dopo ecc) sia stato stupendamente azzeccato sia per l’uno che per l’altro, aver questo interprete che in entrambi i casi si è dovuto calare fisicamente e moralmente in questo “Silenzio Religioso”. Perché non solo in Silence egli si interroga sulle mancate risposte di Dio alle sue preghiere, alle sue domande, alle sue richieste arrivando poi a capire che Dio si trova nel Silenzio (con la s maiuscola); ma anche ne “La Battaglia di Hacksaw Ridge” egli concepisce la propria missione non solo come una missione bellica ma profondamente religiosa e umana. La guerra disumana che sgretola frantumando anime e corpi, lui come una cura che si muove leggero intorno a tutta questa devastazione per arrivare ad un finale in cui sembra quasi allo stesso tempo Ascendere/Discendere dalla roccia con questa inquadratura molto luminosa che rimanda ad un senso di potenza divina. E anche qui si interroga, prega, contempla, osserva fino a domandare a Dio “Cosa vuoi da me? Non ti sento”. Il ritorno di questo silenzio nascosto dal rumore della guerra. Un silenzio interiore che lo rende ancor più fragile e ferito di quanto la guerra stessa potrebbe renderlo. Ed è proprio questo Silenzio che spinge il vero credente a non fermarsi, a non arrendersi a non compiangersi. Per questo, nella mia ignoranza, posso dire che alla fine, in fin dei conti, mettendo insieme il tutto mi schiero dal lato “pro Andrew”! Ha vissuto due modi di seguire/inseguire/accompagnare la fede. In Silence in un modo visivamente molto orizzontale. Nel lungometraggio di Mel invece in un modo molto verticale. Moralmente e fisicamente parlando sono state come due Via Crucis per i personaggi da lui interpretati. In entrambi i casi poi si è trovato dinnanzi all’obbligo di dover prendere una scelta, forse la più difficile: negare il proprio credo, il proprio ideale per poter sopravvivere, continuare… In entrambi i casi, in modi totalmente differenti, questa scelta sarà punto di non ritorno che costituirà per l’attore scenari inaspettati, sperati, inimmaginabili prima di quel momento (a seconda del lungometraggio). E forse proprio questa sua mono espressività che molti li associano è stata fondamentale per riuscir a costituire due grandi progetti cinematografici come quelli qui citati. Una recitazione troppo calcata, palese, fortemente espressiva ci avrebbe forse allontanati dal vivere queste situazioni come circostanze “reali”, “vicine”; avremmo letto il tutto come “una nuova storia del grande schermo”. Forse proprio questo non aver calcato la recitazione è stata di fondamentale importanza per rendere l’interpretazione di Andrew credibile ed umile.

Elena Costenaro 6 mesi fa

Propendo per l'ipotesi 2 e aggiungo, avendo visto Silence che, Andrew Garfield è nonostante quel suo faccino da bravo ragazzo, una delle migliori promesse cinematografiche dei giorni nostri. L'inespressisività, l'aria allampanata, quel sorrisetto a metà tra l'incredulità e la presa in giro SONO l'interpretazione del personaggio. E come in Silence, anche qui il messaggio arriva forte e chiaro. Bravo Garfield ma ancora più bravo Gibson a sceglierlo.

Giulia Falchi 6 mesi fa

Senza dubbio l'ipotesi due: nelle scene dell'addestramento, nella camerata, c'è un esplosione di virilità e testosterone in cui Garfield è chiaramente fuori luogo. Senza questo passaggio, in cui l'esile soldato Doss viene maltrattato da un branco di muscolosi maschi che temono che la sua fragilità gli sarà di impiccio in battaglia, senza il suo viso innocente, ma determinato, che resiste anche alla compassione del sergente, senza essersi affezionati cosi tanto a fusto di mais le scene della battaglia non sarebbero le stesse.

Gloria Turacchi 6 mesi fa

Propendo per l'ipotesi 2. Lui è perfetto per questo ruolo di obiettore di coscienza che ha in mente solo questa immagine di libertà assoluta: libertà dalla violenza, libertà dal sogno americano, libertà da qualunque ipotesi di recare danno ad un essere umano di qualsiasi razza e provenienza. Forgiatosi su questa sua personale vocazione non può che apparirwe sempre fuori tono, fuori spazio ma con la volontà assoluta di portare aiuto a chi ne ha bisogno. Allora con calma e determinazione, nonostante l'affano del tempo e del luogo, salva una " montagna" di uomini abbandonati perchè considerati già morti. Lui non è un eroe, è solo un personaggio quasi surreale che vive una vita di certezze, poche certezze e una domina su tutte: mai usare violenza fisica contro un essere umano!

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