L’amore non perdona – La sceneggiatura di Stefano Consiglio e Domenico Rafele

di Gianni Canova

“Ma dategli gli occhiali!”. Probabilmente pensava di essere spiritoso il critico di un importante quotidiano che ha liquidato con questa battuta la scena del film L’amore non perdona in cui il protagonista – un immigrato maghrebino più o meno trentenne – definisce “bella” la signora sessantenne con cui da qualche tempo ha una relazione.

È il vecchio problema di tanti critici: credere che il proprio giudizio e il proprio gusto abbiano valore universale. Piace a me quindi è bellissimo, non piace a me quindi fa schifo a tutti. Punto e basta. Per fortuna il cinema si è sempre premurato di smentire la presunzione dei critici, mostrando come bello e brutto siano concetti sempre molto relativi e soggettivi.

A me ad esempio la protagonista di L’amore non perdona (interpretata da una grande attrice come Ariane Ascaride, che ricorderete in film come Il riccio e Le nevi del Kilimangiaro) pare davvero bella. Non perché lo sia “oggettivamente” ma perché è la sceneggiatura di Stefano Consiglio e Domenico Rafele che – proiettandola in una storia d’amore intensa e rapinosa – le fa ritrovare la leggerezza, la gioia di vivere, l’energia del desiderio e – quindi – anche la bellezza.

Ogni personaggio, dentro un film, vive in una storia. Ed è la storia che – di volta in volta – lo rende bello o brutto, desiderabile o detestabile. Anche un “mostro” può essere bello se la sceneggiatura lo sa rendere tale.

La sceneggiatura di L’amore non perdona riprende in modo abbastanza evidente l’intreccio di altri film che in passato avevano raccontato una storia analoga: il fiammeggiante Secondo amore di Douglas Sirk (una matura vedova americana si innamora del suo giardiniere giovane e aitante), La paura mangia l’anima di Rainer Werner Fassbinder (un’anziana signora bavarese ama ricambiata un giovane immigrato turco), Lontano dal paradiso di Todd Haynes (dove è una elegantissima Julianne Moore a invaghirsi del giardiniere dei colore).

Sono tutte storie d’amore che generano scandalo e rifiuto degli amanti da parte dei rispettivi mondi di provenienza. Succede anche nel film di Stefano Consiglio: lei – sessantenne di origine francese che fa l’infermiera in Puglia – viene ripudiata dalle colleghe e perfino dalla figlia (“Non ti vergogni?”, le chiede disgustata una bellissima Francesca Inaudi che in quella scena appare bruttissima…), lui – aitante e barbuto marocchino immigrato in Italia – viene respinto e quasi isolato dalla sua famiglia d’origine (come risulta evidente nella scena del viaggio a Tangeri).

Rispetto agli altri film citati, L’amore non perdona riduce però la componente “scandalosa” della relazione proibita e lavora di più sulle sfumature affettive e sui flussi emozionali dei due amanti: la sceneggiatura cioè non urla, non sottolinea, non enfatizza, piuttosto sfuma, attenua, accenna. Ne risulta un film che – piaccia o no – ha il pregio di portare lo scandalo dell’amore dentro la grigia e rancorosa insoddisfazione dell’Italia dei giorni nostri.

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