Jurassic World- Il Regno distrutto – La produzione Amblin/Legendary/Universal

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

Prendi due, paghi uno. C’è un marketing molto elementare ma pur sempre efficace alla base del nuovo episodio (il quinto) della saga giurassica iniziata nel 1993 da Steven Spielberg, a partire da un’impagabile idea di quel genio della pop culture e della narrativa a suspense che fu Michael Crichton. Nell’episodio precedente il vecchio Jurassic Park – il parco a tema basato sulla presenza di dinosauri riportati in vita grazie alla tecnica della clonazione – diventava Jurassic World: metafora del mondo e, insieme, microcosmo ribollente di tutti i conflitti e le contraddizioni del nostro mondo. Ora invece l’isola al largo del Costarica dove tutto era iniziato viene violentemente distrutta da una devastante eruzione vulcanica e i dinosauri presenti in quello che un tempo era il parco vengono trasferiti via nave sulla terraferma per farne oggetto di speculazione genetica ma anche collezionistica e militare.

Dunque: la prima parte del film sembra un bignami di tutti i quattro episodi precedenti mescolati con i topoi e i cliché del vulcano che erutta su un’isola esotica destinata a una rapida e precipitosa evacuazione, un po’ sul modello di un classico come Il diavolo alle 4 (1961) di Mervyn LeRoy. Nella seconda parte invece il racconto si sposta in un’avita e imponente dimora gotica – un vero e proprio castello – dove risiede ormai anziano Benjamin Lockwood, uno dei fondatori di Jurassic Park: qui 11 sauri di diverse specie vengono trasferiti e rinchiusi in cattività per essere messi all’asta per un pubblico di miliardari vogliosi di emozioni forti o di nuove armi invincibili nella difficile competizione della guerra contemporanea. In questa seconda parte Jurassic World – Il Regno distrutto diventa uno strano frullato tra King Kong e Frankenstein: mentre un mad doctor fa esperimenti genetici per creare un raptor più intelligente e feroce, tutti gli altri sauri riescono a uscire dalle gabbie e scatenano l’inferno, si arrampicano sui muri, saltano sui tetti, sprofondano nelle vetrate, come tanti cloni di King Kong finiti loro malgrado a contatto con la civiltà e con la specie umana.

Le due parti sono stilisticamente omogenee: il racconto procede alternando continuamente, come nei movimenti cardiaci di sistole e diastole, i momenti di pericolo e i momenti di scampato pericolo, le minacce e le mosse dei personaggi con cui le minacce vengono neutralizzate. Tensione/scioglimento della tensione/nuova tensione. Allarme/scampato allarme/nuovo allarme: la chimica delle emozioni funziona così, al livello più basico ma anche più universale. Dal punto di vista visivo, invece, al di là dell’uso tonitruante di effetti e di animatroni, ciò che davvero conta è la geometria dei movimenti. Fateci caso: tutti si muovono quasi sempre in direzione perpendicolare allo schermo, dai dinosauri che fuggono dalla foresta in fiamme e corrono verso il mare (e verso di noi…) nella prima parte, via via fino agli stessi dinosauri ingabbiati ed esibiti nel rito dell’asta giurassica dentro il castello di Lockwood nella seconda parte, quando avanzano su rotaie che vengono – appunto – verso la posizione dello spettatore. Rarissimi i movimenti o i carrelli laterali, tutto è agito sull’asse della profondità immersiva, o dal fondo verso di noi, o da noi verso la profondità di campo, secondo una recursività troppo puntuale per non essere frutto di una precisa scelta produttiva prima ancora che stilistica. Perché Jurassic World – Il Regno distrutto è un tipico film da produttori (e qui alla produzione esecutiva c’è Spielberg in persona): si decide tutto a tavolino, a freddo, a cominciare dalla scelta del regista (questa volta, lo spagnolo Juan Antonio Bayona, già autore di The Orphanage e di The Impossible, con un curriculum più gotico e anche un poco più hard rispetto al più scialbo e tiepido Colin Trevorrow che aveva firmato l’episodio precedente). Funziona? Boh. Il box office, anche in Italia, sorride. Ma di idee originali (se si esclude quella dell’asta dei sauri…) non se ne vedono molte. Come se il cinema contemporaneo – quello che punta al grande pubblico e agli incassi stratosferici – fosse condannato a non poter fare altro che remixare e rimontare in modo inedito il già visto e il già noto. Con un’operazione che è tanto più rassicurante quanto più, in apparenza, sembra voler spaventare.

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