Jurassic World – La sceneggiatura di Rick Jaffa e Amanda Silver

di Gianni Canova

Jurassic Park è divenuto Jurassic World. Ci sono voluti più di vent’anni e tre sequel perché un parco a tema diventasse il mondo. Nel quarto episodio della saga ispirata dal genio visionario di Michael Crichton, infatti, l’isola dei dinosauri non è più soltanto un’attrazione per turisti annoiati e vogliosi di trovare nel passato remotissimo della Terra la loro buona dose di vitamine emotive. Più ambiziosamente, l’isola al largo del Costarica ora vuol essere davvero una metafora del mondo.

Del nostro mondo: dei suoi conflitti e delle sue contraddizioni, delle nostre follie e delle nostre paure. Ci sono ben quattro firme sulla sceneggiatura del film: Rick Jaffa e Amanda Silver con Colin Trevorrow e Derek Connolly. Ma la sceneggiatura non esisterebbe senza l’invenzione-madre di Crichton, con l’idea di usare la clonazione per costruire un parco a tema ambientato nel Giurassico e popolato da varie specie di dinosauri.

Quando hai a disposizione un mondo così, il lavoro di sceneggiatura è (relativamente) facile: devi far funzionare il giocattolo emozionale alternando continuamente, come nei movimenti cardiaci di sistole e diastole, i momenti di pericolo e i momenti di scampato pericolo, le minacce e le mosse dei personaggi con cui le minacce vengono neutralizzate. Rick Jaffa e Amanda Silver, con Colin Trevorrow e Derek Connolly, riescono nell’impresa? A giudicare dalla multisala dove ho visto io il film, carica di tensione con tanto di applauso liberatorio nel finale, verrebbe da dire di sì. Lo script ha un suo efficace brutalismo, ti fa capire subito, a prima vista, non solo chi sono i buoni e chi i cattivi, ma anche chi sopravviverà, chi tradirà, chi si sacrificherà. È la chimica delle emozioni narrative: a tal composto, tale reazione. E tuttavia la prevedibilità del tutto, questa volta, non infastidisce ma in un certo senso appaga: è esattamente quello che vuole lo spettatore, confrontarsi con un mondo che per quanto appaia spaventoso finirà poi per essere rassicurante.

Quel che colpisce, piuttosto, in un tripudio tecnologico tridimensionale che dispiega davanti ai nostri occhi ologrammi, controlli digitali, visori termici e navette ovoidali, è quella sorta di sottile nostalgia che si annida nel cuore di Jurassic World: anche se all’inizio del film uno dei personaggi viene rimproverato perché indossa una t-shirt del vecchio Jurassic Park, sono proprio le rovine quasi archeologiche del primitivo parco spielberghiano che qui vengono insediate e nascoste al centro del nuovo parco, a scatenare le maggiori emozioni, tanto che quando i due fratellini in fuga ci finiscono dentro, e rimettono in azione una vecchia jeep di vent’anni fa, in sala senti un fremito di empatica immedesimazione.

Perché Jurassic World, in fondo, e forse anche paradossalmente, ha un cuore antico. Lo si vede nel modo in cui cerca di essere un calco fedele del prototipo spielberghiano. Ma lo si vede anche nella scena dell’attacco dei sauri volanti: un evidente omaggio all’analoga scena di Gli uccelli di Hitchcock. Tutto, in fondo, comincia lì. Tutto arriva da lì. Dal mistero della rivolta della natura rispetto alle nostre pretese di dominio e di controllo. Ma tant’è. Come dice il personaggio di Chris Pratt poco dopo l’inizio del film: “Il segreto per una vita felice è accettare che non si ha mai completamente il controllo”. Verissimo: davanti a un film come nella vita.

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