Joy – La sceneggiatura di David O’Russell e Annie Mumolo

di Gianni Canova

Spesso si legge, all’inizio o alla fine di un film: “Tratto da una storia vera”.

La dicitura è quanto mai discutibile. Non esistono storie vere. Una storia, per definizione, è finta.

È un “artefatto”. Che magari può prendere spunto da fatti realmente accaduti, ma per trasformarli poi in racconto. Cioè in finzione.

Anche Joy di David O’ Russell si ispira a fatti accaduti e a persone realmente esistite: la protagonista, interpretata da Jennifer Lawrence, richiama infatti la figura di Joy Mangano, ragazzina povera della working class americana che inventa il Miracle Mop, una sorta di mocio per pulire meglio i pavimenti, e diventa ricca, potente e famosa. Il problema degli sceneggiatori David O’ Russell e Annie Mumolo è stato quello di trasformare questo episodio di imprenditoria femminile di successo in una storia. Cioè in un racconto capace di essere non solo e non tanto verosimile, ma anche soprattutto coinvolgente e appassionate. Ce l’hanno fatta?

Cerchiamo di capire prima di tutto come hanno operato.

Per fare una storia, ci vuole anzitutto un punto di vista. Bisogna stabilire chi racconta, e a partire da che prospettiva. La scelta degli sceneggiatori, in questo senso, è chiara: racconta la nonna, l’unica presenza non disturbata nella famiglia del tutto disfunzionale della protagonista. Non a caso Joy la chiama Mimi e ha con lei un rapporto di affettuosa intensità. E’ lei, la nonna, la sua voce, che narra. Comincia a raccontare mentre le immagini ci mostrano un mondo avvolto da copiosi fiocchi di neve e questa scelta conferisce al racconto un tono fiabesco e sospeso che fa pensare, per analogia, alla nonna che racconta all’inizio di quell’altra fiaba meravigliosa che è Edward mani-di-forbice di Tim Burton.

Una volta stabilita la focalizzazione, serve – se ci si riesce – un modello, e magari perfino un archetipo di riferimento. In questo caso, l’archetipo utilizzato è nientemeno che quello di Cenerentola. Russell e Mumolo alterano cioè parzialmente i dati “reali” della biografia della Mangano per farli rientrare nell’archetipo prescelto. Joy passa così buona parte della giornata a pulire il pavimento, magari a quattro zampe per terra, perché nessun altro nella sua famiglia lo fa.

Sua madre non si alza più dal letto, passa la sua vita a guardare Dinasty e Falcon Crest in Tv e non si alza nemmeno per pulire lo yogurt che lei stessa ha rovesciato sulla moquette e che diventa giorno dopo giorno sempre più nauseabondo. Al posto della madre c’è una matrigna anaffettiva e un poco arpia (Isabella Rossellini), c’è una sorellastra invidiosa e  cattiva, c’è un padre rottamato (Robert De Niro) e un ex-marito che ora ha indossato i panni dell’amico. Quanto al Principe Azzurro, è un tycoon della Tv (il riferimento è a Neil Walker, mitico inventore delle televendite anni ’80 in onda su QVC) che crede in lei e che accetta che lei vada in onda non con la divisa d’ordinanza dell’azienda (tailleur attillato, tacco 12, hairstyle iperlaccato e boccoloso da Falcon Crest…!), ma essendo semplicemente se stessa, acqua-e-sapone, camicetta e pantaloni. Come dire: a Cenerentola oggi non servono abiti sfarzosi e sfavillanti, vanno bene quelli che già indossa nella realtà. Dopo il punto di vista e l’archetipo, bisogna definire la struttura. La sceneggiatura di Joy opta per un continuo andirivieni temporale: la storia va avanti e indietro nel tempo, e lo fa con una dolcezza, una morbidezza, molto femminili, giocando su uno slalom temporale che gioca su anticipi e ritorni, ma dentro una cornice che alla fine riporta il tutto al punto di partenza, là dove Joy bambina coltivava il sogno poetico di costruire cose con le proprie mani. Manca ancora una cosa perché una sceneggiatura funzioni: i dialoghi. Come sono quelli di Joy? Giudicate voi. Alla madre soap-dipendente e tossica di Dinasty: “Sei come una fuga di gas. Non ti vede nessuno, non ti sente nessuno, ma ammazzi tutti”.

Funziona? A me sembra di sì. Tutti gli ingredienti della sceneggiatura si incastrano al servizio della storia, che non è vera. Ma ci dice molto del mondo (vero? finto?) in cui torniamo a vivere all’uscita del cinema, subito dopo  la fine del film.

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