Io e Lei – I costumi di Antonella Cannarozzi

di Gianni Canova

Una è bionda, l’altra è bruna. La bruna ha origini popolari, ha fatto l’attrice e ora si occupa di ristorazione bio, la bionda è invece un’elegante signora borghese laureata in architettura, con alle spalle un matrimonio fallito e un figlio ormai grande. Da cinque anni le due dormono nello stesso letto e vivono una “normalissima” storia d’amore.

Come “vestire” due personaggi così? Due donne non più giovanissime, benestanti, che tengono in salotto un mobile di Sottsass e amano il buon gusto e l’eleganza? Il rischio di cadere nell’ovvio o nel cliché era fortissimo. Ma per fortuna la regista di Io e lei Maria Sole Tognazzi e i produttori della Indigo Film lo aggirano scegliendo come costumista una fuoriclasse del rango di Antonella Cannarozzi, che fu candidata all’Oscar nel 2011 per i costumi del bellissimo Io sono l’amore, ma che ha “vestito” anche – per limitarci a un paio di esempi – i protagonisti di La solitudine dei numeri primi o della serie Tv In Treatment.

Come sono vestite dunque Federica (Margherita Buy, la bionda) e Marina (Sabrina Ferilli, la bruna)? La scelta più facile sarebbe stata quella di accentuare le differenze per evidenziare anche attraverso gli abiti la diversità dei caratteri. Antonella Cannarozzi sceglie invece la strada opposta: i costumi non allontanano le due donne, al contrario le avvicinano. Nessun estremismo, insomma. Nessuna accentuazione melodrammatica o modaiola. Federica e Marina si assomigliano anche negli abiti che indossano. Diversi, certo, ma simili. Compatibili. Riconducibili alla medesima matrice. Nella prima scena del film, quando salgono sull’ascensore fingendo di non conoscersi, indossano l’una (la bionda) un elegante trench blu, l’altra (la mora) un giubbetto di pelle su jeans e stivaletti.

Questa prima “apparizione” connota il loro stile per tutto il film: la bionda sceglierà sempre camicette color perla o color tortora e pigiamini di seta color carta da zucchero bordati di bianco, mentre la mora che viene dal basso e si è fatta da sé opterà di preferenza per pantaloni attillati e camicette bluastre color pelle di serpente. Niente di troppo vistoso o smaccato, o pacchiano. Né l’una né l’altra. La bionda si concede giusto qualche sciarpina con tinte pastello, ma evita accuratamente i colori troppo vistosi, mentre la bruna gioca con la montatura scura degli occhiali per accentuare la propria forza ed energia. Niente di più. Profilo basso. Discrezione. Senso della misura. E cura dei dettagli. In una sola scena – per dire – la bionda rinuncia al suo self control anche nel campo dell’abbigliamento: quando è a letto con l’oculista, e invece che i soliti pigiamini algidi ed elegantissimi, indossa un’analogamente elegante ma più sexy camicia di notte di cui si vedono le spalline – grigie, of course – avvolgere le spalle nude. Tutto qui. Gli abiti, le due, non se li tolgono mai (ed è una delle accuse più frequenti mosse al film, quella di esorcizzare il sesso e il nudo). Ma anche questa scelta risulta funzionale al progetto di Maria Sole Tognazzi: quello di sdoganare l’amore omoerotico anche per il grande pubblico, e di raccontare una volta per tutte l’assoluta e universale “normalità” dell’amore.

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