Inside Out – La sceneggiatura di Pete Docter, Meg leFauve e Josh Cooley

di Gianni Canova

Inside Out è un ottovolante di emozioni. Pur essendo in gran parte ambientato in uno spazio invisibile (la mente umana) e popolato da concetti astratti (la paura, la tristezza, la gioia, il disgusto, la rabbia), emana un’incredibile fisicità e sollecita in ogni istante il corpo dello spettatore. Si ride, si piange, si trepida, vedendo Inside Out. Ci si sente coinvolti con la mente e con la pancia, con la pelle e con il cuore. Di chi è il merito di una riuscita così efficace? Della perfezione tecnica? Della grande capacità di innovazione tecnologica di una factory come la Pixar di John Lasseter?

Non proprio. Non solo. Dietro Inside Out, come dietro ogni capolavoro prodotto dalla Pixar,  c’è, prima di tutto, un’idea: un soggetto originale, un’inedita angolazione prospettica da cui provare a osservare il mondo. E c’è la capacità di trasformare questa idea in racconto, in narrazione, in mito. E’ la sceneggiatura il primo, vero capolavoro del film: per la sua capacità di rendere visibili le emozioni che popolano la testa di una bambina di 11 anni alle prese con il trauma di un trasloco che la porta con i suoi genitori dal natio Minnesota a San Francisco. Ma anche per la naturalezza con cui riesce a trasformare in mondo la mente umana, per come rende visibili i ricordi, per come riesce a comunicare usando solo le immagini, senza bisogno di ricorrere a parole, concetti astratti e complessi come l’oblio, la rimozione, il conflitto emozionale. In un paesaggio visivo che affida ai colori (sgargianti e accesi nel mondo delle emozioni mentali, pallidi e smunti nello spazio della realtà quotidiana della piccola protagonista) il compito di scandire la drammaturgia del film, gli sceneggiatori riescono a condurci per mano in un viaggio incredibile dentro i meandri e i segreti della mente umana, con una capacità davvero eccezionale di farci vedere come funziona il nostro cervello. Prendete la trovata dell’abisso nero dei ricordi svaniti, perduti e dimenticati: non avevo mai visto raffigurato con tanta forza e con tanta intensità il dramma della crescita e del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, nella consapevolezza che crescere significa sempre perdere qualcosa. Se non altro, la purezza incontaminata dei ricordi dell’infanzia.  Il regista Pete Docter, che con Up aveva già dato prova di saper indagare con grande acutezza l’universo mentale di un anziano, questa volta si misura con i turbamenti, i sogni, le speranze e le paure della preadolescenza. E ne ricava un piccolo, intenso romanzo di formazione che è tra i più belli del cinema degli ultimi dieci anni.

“Tutti i grandi – ha detto Antoine de Saint-Exupéry – sono stati bambini, una volta. Ma pochi se ne ricordano”. Inside Out riaccende quel ricordo in tutti noi. Qualunque sia la nostra età.

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Antonella Giacobello 2 anni fa

sante parole. insider out è anche una lezione di vita

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