Indivisibili – La regia di Edoardo De Angelis

di Gianni Canova

Una delle più grandi invenzioni del cinema è il primo piano.
Non esiste, nella vita, il primo piano. Noi non vediamo in primo piano.
Non possiamo vedere in primo piano. E’ solo il cinema, grazie al montaggio, e grazie al suo linguaggio, che ci consente di vedere il volto umano come se fosse un paesaggio.
Di scrutarlo nei suoi dettagli. Nei suoi movimenti anche impercettibili.
Nella sua capacità di dare forma alle emozioni, e di renderle comunicabili.
In Indivisibili, il regista Edoardo De Angelis ha inventato una figura nuova: il primo bispiano. O il primo piano double.
Raccontando la storia di due gemelle siamesi costrette a vivere in simbiosi, e a condividere finanche le reciproche emozioni, De Angelis costruisce dei primi piani allargati in cui i volti di entrambe le attrici coabitano nello spazio dell’inquadratura, che diventa così il luogo in cui si scatena la dialettica dell’unione e della separazione.
Le due gemelle di Indivisibili sono l’incarnazione quintessenziale del melodramma: non riescono neanche a immaginare di potersi separare, ma sentono sempre più intollerabile la condanna a dover vivere perennemente unite.
Sempre. Anche nei momenti più intimi della vita.
Né con te né senza di te: il primo bispiano di De Angelis (un primo piano siamese?) diventa la forma in cui questa contraddizione insanabile diventa carne, immagine e racconto.
Ci sono sequenze, in Indivisibili, che hanno un’intensità drammaturgica e una furia espressiva che non mi capitava di vedere da tempo in un film italiano: le due giovani attrici Angela e Marianna Fontana (che sono gemelle nella vita) e che interpretano rispettivamente Viola e Dasy, le due gemelle siamesi di Castel Volturno sfruttate come freaks dai genitori, esibite alle fiere di paese, ai matrimoni, alle prime comunioni, alle sagre patronali, condividono nei ripetuti primi piani il loro struggente bisogno l’una dell’altra e il loro non riuscire più a sopportare di dover vivere perennemente dipendenti l’una dall’altra.
Per raggiungere questa intensità emotiva, che emana dallo schermo travolgente e coinvolgente, De Angelis ha sperimentato una tecnica di ripresa innovativa e inusuale: d’accordo con il musicista-autore della colonna sonora Enzo Avitabile, ha voluto sul set i bottari di Portico e li a fatti suonare ininterrottamente durante le prove.
Ritmo martellante, percussioni realizzate su botti di vino.
Poi, prima di ogni ciak, i bottari tacevano, ma gli attori recitavano avendo ancora nelle orecchie quel ritmo e quei suoni. Quelle percussioni.
Quasi a trascinare dentro il corpo dei personaggi e dentro il film il ritmo che avevano assorbito e metabolizzato prima delle riprese.
Inoltre De Angelis ha sempre girato in sequenza: anche quando poi ha scelto di montare le scene, non ha adottato quella tecnica di ripresa parcellizzata, battuta dopo battuta, che quasi sempre si adotta sui set.
Così, ha preteso dagli attori non solo una tecnica, ma anche un coinvolgimento.
Ha rubato ai loro volti la progressione drammatica, la fatica, la passione.
A volte ha lasciato tutto così (ci sono lunghi e bellissimi piani sequenza nel film), altre volte ha spezzettato immagini che però erano state riprese nella continuità.
Il risultato è forte, potente, convincente.
Come mixando la lezione dei due più grandi registi del cinema italiano contemporaneo, il Garrone di Reality e Gomorra e il Sorrentino di L’amico di famiglia, ma senza dimenticare il gigantesco (e colpevolmente dimenticato) Marco Ferreri (il cui La donna scimmia, girato a Napoli, è il precedente più immediato di Indivisibili, anche solo per come tratta il tema della mostruosità e deformità femminile), De Angelis firma uno dei più bei film italiani degli ultimi anni: una discesa in un modo di mostri-normali che grazie alla bellezza delle due sorelle-mostro ci fa toccare da vicino la miserevole struggente addolorata bellezza/bruttezza dell’umano.
Entrambe – bellezza e bruttezza – in primo piano. Bispiano.

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