Il ragazzo invisibile – Le scenografie di Rita Rabassini

di Gianni Canova

Le scenografie de Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores curate da Rita Rabassini.

 

Fra i sedicenti critici che hanno accusato Il ragazzo invisibile di “inverosimiglianza”,

nessuno – o quasi – ha notato che in realtà uno dei pochi elementi oggettivamente inverosimili

non riguarda gli effetti speciali, né le creature mutanti riunite nella Divisione,

ma un dettaglio banalmente scenografico: l’aula a gradoni in cui fa lezione la classe di Michele,

il ragazzino dodicenne protagonista della storia.

In Italia le aule delle scuole medie non sono così.

Così erano un tempo le aule universitarie, non certo quelle della scuola dell’obbligo.

Le aule delle nostre scuole hanno quasi sempre una disposizione dei banchi

rigorosamente isomorfa: orizzontalità totale. Nessun dislivello.

L’uguaglianza dei diritti e dei doveri costruita a partire dall’arredamento.

 

Ma allora perché la scenografa Rita Rabassini – così attenta a dare un sapore realistico

alla costruzione degli ambienti del film legati alla vita quotidiana –

ha scelto di rompere un canone consolidato e ha voluto un’aula così inverosimile?

Secondo me perché quella non è un’aula, è un teatro.

Lì si recitano i ruoli, lì si annodano le relazioni.

Il dislivello fra i banchi è fondamentale per i raccordi di sguardi,

per gli appostamenti di spalle, per la messinscena

dei rapporti, dei conflitti e delle alleanze fra i ragazzi.

 

Per il resto la scenografia funziona perché rende credibile la storia

proprio grazie alla verosimiglianza dei luoghi in cui si svolge.

Prendete anche solo la cameretta di Michele.

Moquette azzurrina. Colori blu e carta da zucchero. Lenzuola con stampate stelline gialle.

Decoro adolescenziale piccolo borghese italiano.

Un mondo ordinario su cui all’improvviso si innesta lo straordinario.

Uno straordinario che incanta proprio perché nasce in un mondo che assomiglia al nostro.

Quando Michele invisibile entra in camera di Stella,

lei gli butta addossa una coperta.

Lì sotto, lui e lei per la prima volta avvicinano le loro labbra.

Quella coperta non ha i colori della camera di Stella.

Ha lo stesso azzurro sporco della camera di Michele.

Nel luogo di lei ritroviamo i colori di lui.

Piccola grande trovata scenografica

per dirci che in quell’altrove Michele si sente a suo agio.

Sta bene. Proprio come in camera sua.

Il cinema, quando ci piace, funziona esattamente così.

Ci porta altrove, ma facendoci sentire come a casa nostra.

O – in modo analogo – ci lascia nel nostro mondo ma portandoci altrove.

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