Il ponte delle spie – La sceneggiatura di Matt Charman, Joel e Ethan Coen

di Gianni Canova

Uomini ordinari in circostanze straordinarie. Tutto il cinema di Steven Spielberg, in fondo è un’ininterrotta e inesausta variazione su questo tema: da Duel a Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan, Spielberg esplora l’eroismo della gente comune, e il coraggio dell’uomo della folla messo di fronte a circostanze estreme.

Anche Il ponte delle spie ripropone questo modello consolidato: stavolta Spielberg celebra le virtù di un avvocato americano (Tom Hanks) che si ritrova suo malgrado a dover gestire un negoziato fra Usa e Urss per uno scambio di prigionieri nella Berlino grigia e nevosa dei primi anni ’60, quando i deliri della guerra fredda inducono i responsabili del blocco sovietico ad erigere un muro che taglia in due l’ex-capitale tedesca.

Il film è diretto in maniera superba: basandosi su una conoscenza perfetta dei tempi e dei ritmi drammaturgici, con un piglio classico che è stato da più parti accostato a quello di Frank Capra, Spielberg celebra la grandezza della Costituzione americana per il rigore e l’equità con cui garantisce a tutti il rispetto dei diritti umani fondamentali. Anche (e soprattutto) al nemico che quei diritti non li rispetta.

Fin qui la regia di Spielberg. Ma se Il ponte delle spie funziona, avvince ed emoziona è perché la regia lavora su una sceneggiatura impeccabile, dove tutto – dall’arco narrativo ai singoli dialoghi – è stato progettato e realizzato con una maestria da applauso a scena aperta. Ci sono tre firme sotto la sceneggiatura del film: quella di Matt Charman e quella dei fratelli Joel & Ethan Coen. Del primo si sa che è inglese, ha 36 anni e ha già cofirmato la sceneggiatura di Suite francese, dei secondi che sono gli autori di capolavori come Barton Fink (grandissimo film sui tormenti di uno sceneggiatore), Il grande Lebovski e L’uomo che non c’era.  Si sente il loro contributo vedendo il film? Sì e no. Ma qui sta la grandezza dello sceneggiatore: mettersi al servizio della storia, invece di usare la storia – come fa qualcuno – per esibire le proprie doti artistiche e narrative. Certo: i fan dei due fratelli del Minnesota riconosceranno la loro mano in certi piccoli tocchi di irrequietezza e di humour nero che punteggiano il racconto, soprattutto nella parte berlinese, con quei ritrattini sapidi sapidi di personaggi ai bordi del grottesco che sembrano figurine di Fargo deportate al di là della cortina di ferro. Ma il contributo dei Coen è percepibile – credo – soprattutto nella dimensione metalinguistica che hanno saputo imprimere alla storia. Perché Il ponte delle spie ha anche il merito – tra i tanti – di essere una lucida, coerente e quasi commovente riflessione sulle immagini e sul nostro modo di relazionarci ad esse.

Prendete l’incipit del film, denso potente e avvincente come da tempo non mi capitava di vedere: all’inizio c’è una tela su cui è dipinto il volto di un uomo. Una mano che impugna un pennello interviene sul ritratto con piccoli tocchi di colore. L’inquadratura si allarga fino a mostrare un uomo che ha di fronte a se uno specchio e che osservandosi cerca di riprodurre mimeticamente il proprio volto sulla tela. Vediamo un’immagine (l’inquadratura) dentro a cui lo stesso soggetto è scisso in tre: un personaggio finzionale (la spia russa Rudolf Abel , interpretato da un Mark Rylance da oscar), la sua immagine riflessa e il suo ritratto dipinto. Detto in altri termini: l’immagine-corpo, l’immagine- riflesso, l’immagine-artefatto. Il Ponte delle spie ci dice, tra le righe, che per avvicinarci alla verità di un personaggio abbiamo bisogno di tutte e tre. Soprattutto, ci dice che abbiamo bisogno di uno sguardo che sappia contemperare tutte e tre le forme di rappresentazione. L’autoritratto non basta. Lo specchio men che meno. Ma nemmeno l’interpretazione finzionale è sufficiente. Lo sa bene un pittore appassionato e amante del “vero” come la spia Rudolf Abel: che nel finale – non a caso – regala all’avvocato Donovan che gli ha salvato la vita un ritratto dipinto da lui. In quel ritratto c’è tutta la verità della storia, della relazione fra i due personaggi ma forse anche della Storia. Dell’America e del mondo. È soltanto lo sguardo di un altro che può cogliere la verità di te stesso. È soltanto lo sguardo della sconosciuta signora in metropolitana che alla fine rivela a Donovan che l’America l’ha riconosciuto. Che ha cambiato opinione su di lui. Siamo quel che ci vedono gli altri. E’ lo sguardo degli altri che ci fa essere fino in fondo quel che siamo. Forse, vale anche nella realizzazione di un film. perché è come se Il ponte delle spie ci dicesse che non c’è sceneggiatura che regga senza lo sguardo di un regista che la faccia vivere. Che le dia anima e corpo. Che le dia, appunto, un’immagine.

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