Il nome del figlio – La sceneggiatura di Francesco Piccolo e Francesca Archibugi

di Gianni Canova

C’è una differenza molto significativa tra il film francese Cena fra amici (Le prénom, 2012) e il suo remake italiano Il nome del figlio: la sceneggiatura italiana (firmata da Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) costruisce il passato dei personaggi. Dà loro un’adolescenza che nel film francese non avevano.

Ciò significa che il racconto è spesso interrotto da flashback che mostrano i protagonisti da ragazzini e mettono in relazione il presente con ciò che è avvenuto prima. Nel film francese no. Cena fra amici è un film tutto al presente. Più che al tempo, è interessato allo spazio (tanto che inizia con una divertente analisi del nome di alcune celebri strade parigine).

 

La sceneggiatura italiana invece scarta o riduce al minimo la presenza della città e dilata piuttosto il peso e l’importanza del tempo nella vita della famiglia protagonista (i Pontecorvo, ebrei romani benestanti e di sinistra). Questo scarto introduce nel racconto il rischio – sempre insidioso nel cinema italiano – che la storia si impantani nelle lusinghe della nostalgia, nel bamboleggiamento di un passato felice e perduto, nel ricordo patetico del bel tempo che fu.

La scena-madre in cui tutti cantano in coro Telefonami fra vent’anni di Lucio Dalla, esattamente come la cantavano da ragazzi, sembra andare proprio verso questa direzione. Sembra, ma non ci va. Perché Piccolo e Archibugi sono abilissimi nell’evitare le tentazioni dell’estetica del rimpianto e nel mostrare come anche nel passato ci fossero crepe e ferite che proiettano la loro ombra anche sul presente.

 

Certo: il film francese è un lucido, acido e graffiante apologo sulla borghesia. Sui suoi egoismi, i suoi conflitti interni, i suoi fantasmi irrisolti. Il film italiano invece è un film – a sua volta lucido, acido e graffiante – sulla famiglia. Ma è una soluzione quasi obbligata: data la natura della società italiana, forse da noi non si può fare un film sulla borghesia che non sia anche, prima di tutto, un film sulla famiglia, e sul dolce protettivo e asfissiante familismo italiano.

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