Il nemico invisibile – La sceneggiatura di Paul Schrader

di Gianni Canova

In passato ha scritto la sceneggiatura di capolavori assoluti come Taxi Driver, Yakuza, Complesso di colpa, L’ultima tentazione di Cristo, Mosquito Coast. Spesso ha anche diretto i film che ha scritto: è il caso, per limitarci ai più famosi – di American Gigolò, Il bacio della pantera, Mishima, Affliction. Il suo ultimo lavoro – Il nemico invisibile, in questi giorni nelle sale –  è all’altezza del suo passato? Molti sostengono di no. Parlano di involuzione, di astrusità. A me non pare. A me pare che Paul Schrader – di rigida formazione calvinista, da sempre tormentato dai temi collegati con la fede, la salvezza e il peccato – continui a fare un cinema ossessivo e ossessionato, popolato da personaggi divorati dal Male e dai loro demoni interiori.

Prendete il protagonista di Il nemico invisibile: interpretato da uno smarrito Nicolas Cage (che aveva già lavorato su un copione di Schrader in Al di là della vita di Scorsese), è un ex-agente della CIA ormai a riposo, ma ancora segnato sia fisicamente che psicologicamente dalle violenze e dalla torture subite quando era in missione per conto dell’America. Anche se le sue mani tremano e il suo cervello vacilla a causa di una rara forma di demenza senile precoce,  ha una sola idea fissa: trovare l’uomo (il “nemico”) che in passato l’aveva torturato e sfregiato (ha il lobo dell’orecchio destro orrendamente mutilato…). Vuole vendetta? Vuole giustizia? Semplicemente vuole vincere la partita? Schrader e Cage hanno polemizzato, in America, con i produttori, accusandoli di aver sottratto loro – con il montaggio – ogni controllo sull’edizione definitiva del film. E in effetti, l’impressione  che qualcuno abbia voluto normalizzare la storia è molto forte e abbastanza evidente per tutto il film. E tuttavia, alcune delle ossessioni di Schrader sono ancora lì, in bella vista nella sceneggiatura: i riferimenti religiosi (“Siete stati chiamati! Avete sentito la chiamata?”, urla ad esempio ai giovani allievi della CIA), il continuo richiamo alla necessità di avere dei “valori”, l’importanza attribuita all’amicizia, alla parola data, al senso del dovere. Passando da un inseguimento rocambolesco tra le vie innevate di Bucarest a una missione impossibile nei vicoli di Mombasa, Il nemico invisibile racconta di uomini sconfitti e feriti, di uomini smarriti,  che non si rassegnano, che non si conformano, e che si giocano fino in fondo la loro vita. Sapendo che il tuo nemico, in fondo, ti assomiglia.

Certo: il sapore complessivo del film, i colori, perfino i volti degli attori, sono molto anni ’90 (l’amica rumena del protagonista, ad esempio, è interpretata da un’icona del cinema di quel decennio come Irène Jacob, indimenticabile interprete di La doppia vita di Veronica di Kieslowski). E tuttavia sono proprio questa patina un po’ démodé, e quest’aria di inattualità, che affascinano e colpiscono: come se la scrittura di Schrader venisse da lontano, da un altro mondo, e finisse per cozzare con un montaggio che cerca di renderla di questo mondo, del nostro mondo. Ed è proprio questo attrito a fare del film un oggetto unico e diverso, a suo modo originale.

Tags

, , , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema