Il giorno di Christopher Lee

di TBWA-admin

Locarno 66, secondo capitolo: è il giorno di Christopher Lee.  Ad accoglierlo, una numerosa platea pronta a dedicargli una standing ovation e lunghissimi applausi. In barba al clima ostile, tra piogge implacabili e raffiche di vento, in sala si avverte un calore emotivo non comune. Dal canto suo il 92enne Lee alterna battute di humour very british a un “Sorry, I cant’ remember” (Scusate, non riesco a ricordare) e in quei momenti  la voce trema e le parole scorrono più lente. Ma la lucidità torna subito, ed è commovente sentirlo raccontare la sua storia.

Il pubblico mantiene un silenzio quasi religioso quando ascolta aneddoti leggendari. Come quella volta in cui imparò la lezione di Billy Wilder: prima regola, sorprendere il pubblico. “Billy mi disse: ‘Non mi importa quello che hai fatto, o quello per cui sei conosciuto. Voglio averti nel mio film Vita privata di Sherlock Holmes. E voglio che tu sia diverso, abbia un look nuovo, stupisca il pubblico. Così mi ha fatto calvo, mi ha truccato, e sembravo davvero un’altra persona”.

Poi cita due film come i suoi del cuore: The Wicker Man e Jinnah. Il primo lo considera il migliore in assoluto, il secondo il più importante: “Nel 1966 andai in Pakistan, per dieci giorni non ho bevuto neanche una birra ma ho interpretato Mohammed Alì Jinnah, la più grande sfida e responsabilità che mi abbiano mai affidato. Era bello che la gente venisse a ringraziarmi per aver mostrato non solo un grande leader, ma anche un uomo, un fratello, un padre”.

Su The Wicker Man, invece, conserva un grosso rimpianto: “Il film che vedete non è il film che abbiamo girato. È stato in assoluto miglior film che abbia mai fatto, e lo dice uno che ha girato quasi 280 film, oddio non so bene il numero, ho smesso di contare. Ma quello è il miglior ruolo che abbia mai interpretato, scritto da una penna brillante, apposta per me. Non un malvagio ma un credente, uno che a suo modo crede nella gente e in quello che fa. Ma il film che abbiamo davvero fatto non sarà mai visto ed è la grande tragedia. Quando lo vidi con mia moglie e il mio agente privatamente dissi: “E’ meraviglioso, ma non è il film che abbiamo girato”. Parlai con regista e produttore, avevamo girato la sceneggiatura tutta. Parola per parola. E quello che invece vidi era qualcosa di molto diverso. In breve, i negativi delle scene tagliate o non scelte scomparvero. Ora io ho una mia opinione su quello che è successo, non la rivelo però trovo spaventoso che nessuno ci possa mai più ridare indietro quello che davvero è stato girato”.

Da brividi la commemorazione improvvisata dei i colleghi scomparsi, a partire da John Belushi: “Mi feci una foto con lui e mi scrisse: tu sei il migliore nel mondo dello spettacolo. By John Belushi, il secondo migliore“. Prosegue parlando dei rischi nel farsi etichettare dai media o dallo showbiz: “Quando la stampa ti attacca etichette è difficile togliersele, io ci ho provato trasferendomi nel ’76 con moglie e figlia dall’Inghilterra a Los Angeles. Che non è un posto raccomandabile”, chiosa provocando le risate della platea.

Il genere che considera più difficile in assoluto? La commedia: “Non tanto a teatro, perché se dici qualcosa di divertente il pubblico ride e allora puoi prenderti tempo prima della battuta successiva, scegliere bene i ritmi a seconda delle reazioni della gente. Ma al cinema devi dire qualcosa che sulla carta è divertente ma non sai mai come la prenderanno gli spettatori, se risulterà davvero esilarante. Magari ridono alla prima battuta, e non sentono quella dopo che di solito è ancora più divertente… Fare commedie al cinema è molto dura. E soprattutto, va fatto in modo molto, ma molto serio”.

Di Claudia Catalli per Oggi al Cinema
(© www.fotopedrazzini.ch _ Massimo Pedrazzini)

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