Il filo nascosto – La recitazione di Daniel Day-Lewis

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Tutta questione di sguardi: come li trattiene, come li distribuisce, dove li indirizza. La grande prova di Daniel Day-Lewis in Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson si fonda prima di tutto proprio su questo: non tanto e non solo sul consueto perfezionismo dell’attore nel far propri i dettagli minimi del personaggio e del contesto storico-sociale in cui si trova ad operare, quanto in un’economia di sguardi a dir poco magistrale.

Guardatelo anche solo nella scena più volte ripetuta della colazione, quando si irrita per il minimo disturbo – foss’anche il rumore dell’acqua del thè versata nella tazza – che possa distrarlo dalla concentrazione creativa: occhiali inforcati bassi sul naso, lancia sguardi in tralice che paralizzerebbero un elefante. E le parole che seguono, per quanto sferzanti, sono poca cosa rispetto al messaggio – definitivo, senza possibilità di replica – che lo sguardo ha trasmesso.

Tutt’altra cosa invece nella scena in cui conosce Alma, la cameriera di campagna destinata a diventare prima la sua modella ideale e poi sua moglie (oltre che l’io narrate del film): lì Daniel Day-Lewis fa degli occhi e degli sguardi di Reynolds Woodcock un fuoco d’artificio di sorrisi, malizie, dolcezze, indulgenze, promesse. E lei – interpretata dalla sorprendente e bravissima Vicky Krieps – lo ripaga con analoga intensità e capacità di tenergli testa: “Se vuoi fare un gioco di sguardi con me – gli dice sorridendo – perderesti…”.

Il filo nascosto è un film di fantasmi. Lo dice già il titolo originale The Phantom Thread. Reynolds ha a che fare con il fantasma della madre, che gli appare ripetutamente in camera da letto, nell’abito da sposa che lui disegnò per lei quando era ancora poco più che un adolescente. Ma poi è tormentato dal fantasma della donna ideale, e dall’impossibilità di trovare nelle donne reali che entrano nella sua vita quell’archetipo femminile che sia degno di indossare l’abito perfetto che esiste solo nella sua testa. Fantasma l’abito, fantasma la donna, fantasma la madre, fantasma la casa (in alcune inquadrature è talmente spettrale che sembra un negativo fotografico…), fantasma lui stesso impegnato a inseguire anche dentro di sé quella perfezione che sa di non poter raggiungere. Ma poi, così come in ogni abito c’è un “filo fantasma”, così è anche nella struttura del film: perché c’è un legame segreto fra il tessere e il narrare, se non altro perché entrambi hanno a che fare con la trama, con l’ordito, con il filo. Paul Thomas Anderson svela questa analogia, la incarna e al tempo stesso la smaterializza nel corpo di Daniel Day-Lewis, e nei suoi sguardi: occhi bassi, come temendo di dover guardare in faccia gli altri. Occhi sfuggenti, come nella scena in macchina, dopo la sfilata, quando il silenzio e le palpebre abbassate dicono tutto il suo rovello, i suoi dubbi, le sue insoddisfazioni. Poi, all’improvviso, occhi pungenti, occhi imperativi: come quando urla “Stop!” a Alma che ha osato criticare un tessuto proposto e amato da Cyril, la sorella nubile di lui, vera anima non solo economica e amministrativa della maison. Ma pensate anche agli sguardi trasudanti disgusto e irritazione alla cena in cui lei ha liberato la servitù e ha cucinato per lui asparagi col burro: lì lo sguardo dell’attore diventa gelido, scostante, anaffettivo. Mentre mastica rimasugli di asparagi in bocca, i suoi occhi lasciano tracimare tutta l’irritazione solipsistica di chi non tollera che vengano interrotte le proprie abitudini, di chi non vuole sorprese, forse di chi non sopporta neppure la presenza di qualcun altro nella propria vita. Se non – appunto – la presenza di fantasmi.

Daniel Day-Lewis – come al solito – si è preparato meticolosamente prima di affrontare il personaggio del sarto delle signore dell’alta borghesia e dell’aristocrazia della Londra degli anni ’50: ha guardato e studiato decine e decine di video d’archivio sulle sfilate dell’epoca, ha studiato la vita degli stilisti, ha perfino voluto imparare a cucire, tagliando e realizzando con le proprie mani un abito di Balenciaga. Nessun novità rispetto al suo “metodo”: per interpretare Bill il Macellaio in Gangs of New York aveva imparato a lanciare grossi coltelli con precisione millimetrica, mentre per fare il protagonista di Il mio piede sinistro si era allenato perfino a sistemare la puntina su un disco usando soltanto le dita del piede. Qui però va oltre. E lo fa grazie a una sceneggiatura che lo obbliga a poco a poco a lasciarsi risucchiare nell’ambiguità e in un’identità – appunto – sempre più fantasmatica: vedi il film, osservi i suoi due protagonisti e a poco a poco ti rendi conto che sei finito dalle parti di Hitchcock (Rebecca, la prima moglie, Il sospetto) o di Truffaut (La mia droga si chiama Julie), il regista più amato da Paul Thomas Anderson. Nel finale, non a caso, nella scena in cui lei prepara la frittata con i funghi, sembrano tutti fantasmi. Lei, lui, il buio. I funghi in bocca. La forchetta a mezz’aria. Che succede? Cosa stanno facendo? Abbiamo capito bene o abbiamo frainteso? Che forza, quel finale. Che ambiguità. Che capacità di unire assieme il filo nascosto della trama, ma anche il filo fantasma della storia di una coppia (di ogni coppia?) che si trova a dover tessere una trama segreta per poter sopravvivere. Daniel Day-Lewis – come è noto – ha detto e scritto che questa è la sua ultima interpretazione. Che interpretare Reynolds Woodcock gli ha procurato una tale depressione da indurlo a smettere di recitare. Bisogna credergli? Sì e no. Daniel Day-Lewis è uno di quegli attori che entrano sempre in profondità nei loro personaggi. Lui lo fa anche stavolta. E lo fa – appunto – senza timore di andare fino in fondo. Perché più di tutte le altre volte qui attore e personaggio coincidono: né dell’uno né dell’altro possiamo dire con certezza come sia andata o come andrà a finire.

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Eugenia Valle 3 mesi fa

Tutto vero, tutto vero: ma vogliamo parlare dell’inadeguato, inadeguatissimo doppiaggio, che sfiora il ridicolo?

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