Il diritto di uccidere – La sceneggiatura di Guy Hibbert

di Gianni Canova

Premere o non premere il grilletto?

Se lo si preme, e si fa partire il missile, alcuni terroristi nascosti in una casa di Nairobi, intenti a indossare giubbotti esplosivi con cui probabilmente si apprestano a compiere un attentato kamikaze in un vicino centro commerciale, salteranno in aria e verranno resi inoffensivi. Ma con il rischio molto alto di colpire anche vittime civili, a cominciare da una bambina che sta vendendo il pane nella strada adiacente al covo. Se invece non lo si preme, si evitano di certo vittime innocenti, ma ci si espone al rischio di consentire ai terroristi di compiere attentati futuri. Che fare?

L’impianto narrativo di un film come Il diritto di uccidere si basa su una classica struttura dilemmatica: tutti i personaggi sono posti di fronte alla necessità di una scelta che ha pesanti implicazioni morali e coscienziali.

Adottando il punto di vista di un drone che dall’alto del cielo (Eye in the sky è il titolo originale…) tiene sotto controllo il covo, e quello di un minuscolo “scarabeo” (un piccolo drone a forma di insetto volante, che riesce a penetrare nel covo e a trasmettere le immagini di quel che accade all’interno), la sceneggiatura di Guy Hibbert riesce nel difficile compito di trasformare in azione drammatica un dilemma morale legato al tema della responsabilità. Chi deve decidere? Chi deve assumersi la responsabilità della decisione?

La bravura dello sceneggiatore sta nella capacità di render conto delle ragioni di tutti: dell’impazienza dei militari, della cautela dei politici, della titubanza dei consulenti legali.

Abilissimo nell’incrociare i punti di vista (legale, militare, giuridico, coscienziale), così come i diversi piani dell’argomentazione, il film ha il pregio di non far sconti a nessuno e di evidenziare il fatto che – in fondo – hanno tutti ragione. O le loro ragioni.

Così, mentre la tensione cresce, il tempo stringe e le decisioni diventano improcrastinabili, assistiamo a un film di guerra che diventa a poco a poco anche racconto filosofico e apologo morale: un serrato e struggente apologo sulla guerra e sulla sua tragica ineluttabilità.

Certo: l’incertezza e la titubanza a un certo punto diventano intollerabili e portano la tensione allo spasimo. La rendono quasi insostenibile. Tanto che a un certo punto, alla proiezione a cui ho assistito io, uno spettatore in sala ha urlato: “E premi ‘sto grilletto!!!”. Quasi un esorcismo. O un’interpellazione rivolta ai personaggi perché scaricassero la tensione che lui – non loro – non riusciva più a sopportare.

Segno che il film ha colpito il bersaglio? Che è riuscito a far sentire anche a noi spettatori il peso devastante di chi deve combattere e decidere? O, al contrario, rischia di suscitare semplificazioni frettolose che sono quasi senz’altro opposte a quelle che gli autori si erano prefissati? Chi ha davvero il diritto di decidere di uccidere? Il film lancia il dilemma al di qua dello schermo e lo consegna a noi spettatori. Lascia a noi le risposte. A ciascuno la sua. Con un’unica avvertenza: non dimenticare la battuta con cui il generale interpretato da Alan Rickman chiude il film. “Mai dire a un soldato che non sa quanto può essere disumana una guerra”. Non dirlo neanche a un regista e a uno sceneggiatore. Non a caso in inglese si usa lo stesso verbo – to shoot – per indicare le azioni di sparare e filmare. Con quella battuta, il grande Alan Rickman (l’indimenticabile Severus Piton di Harry Potter) ha chiuso anche la sua carriera di attore. Se n’è andato, per un cancro al pancreas, il 14 gennaio di quest’anno. Eye in the sky è dedicato a lui.

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