Il caso Spotlight – La sceneggiatura di McCarthy e Singer

di Gianni Canova

Per essere ben scritta, non c’è dubbio, lo è: secca, rapida, coinvolgente, efficace.

Ma da qui a dire che quella di Il caso Spotlight è la più bella sceneggiatura dell’anno e che merita addirittura l’Oscar ce ne corre. Perché siamo di fronte a un’esecuzione d’alta scuola, certo, ma su uno spartito già ben noto e collaudato: i due sceneggiatori Tom McCarthy (anche regista) e Josh Singer non fanno che sviluppare narrativamente la tecnica dell’inchiesta giornalistica su un caso che suscita scandalo e indignazione sociale. Modello Tutti gli uomini del Presidente, per intenderci. O Good Night and Good Luck. Il presupposto ideologico, molto americano, è che al mondo d’oggi i reporter sono quasi eroi della verità, capaci come nessun altro di non farsi condizionare dal potere. Da nessun potere. E pronti, comunque sia, a guardare in faccia la  realtà. Quale che sia. Anche se scomoda e fastidiosa – appunto – per il potere.

Il problema, di fronte a questo tipo di film, è che si rischia sempre di confondere e sovrapporre l’indiscutibile urgenza e nobiltà del “messaggio” con la qualità tecnica della messinscena con cui il messaggio viene comunicato. Detto in altri termini: come si fa a non condannare una Chiesa che per anni, ai suoi più alti livelli, ha coperto centinaia e centinaia di abusi sui minori compiuti da sacerdoti nella diocesi di Boston? Ovvio che non si può non condividere la denuncia e anche l’indignazione. Però ciò non ci esime poi dal dire che la sceneggiatura con cui il caso dei preti pedofili di Boston viene ricostruito è piatta e lineare, e si sviluppa senza nessuna sorpresa, stando tranquillamente adagiata nelle regole che si è data fin dall’inizio: sviluppo corale, una scena a testa per ognuno dei reporter della redazione di Spotlight, campi e controcampi, dialoghi in genere abbastanza ficcanti, con la tendenza a far ripetere da qualcuno del coro la frase ad effetto appena pronunciata da uno dei protagonisti. Ad esempio: “Io so di 13 preti coinvolti qui a Boston!”, dice uno dei testimoni. E uno dei reporter, prontamente: “Lei sa di 13 preti coinvolti qui a Boston!!!”. L’effetto di amplificazione è assicurato, così come la sottolineatura quasi sempre ridondante. Come dire: mosso dall’urgenza di colpire il bersaglio, Spotlight sacrifica ogni possibile ricerca sul piano del racconto, adotta la messinscena più ovvia e la appoggia su una sceneggiatura telefonata dall’inizio alla fine. L’enfasi poteva essere molto più forte, certo. McCarthy e Singer sanno raccontare. Sanno coinvolgere ed appassionare. Ma giocano poco con il sistema di previsioni degli spettatori. Fanno in modo che ogni previsione sia confermata. E’ una sceneggiatura che ci liscia il pelo, quella di Spotlight. Finge di scuoterci, in realtà ha un effetto confermativo e assolutorio. Per questo, in fondo piace. Perché non mette in discussione nulla, facendo credere di mettere in discussione tutto.

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