I love London

Premio: Gran Premio Francia
Artista: de Violette Gitton

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Marco Grasso 5 mesi fa

Violette Gitton, con il suo cortometraggio “I Love London”, racconta l’amara ricerca di un’idealizzata terra promessa, compiuta da un giovane migrante e deteriorata in una stasi senza apparente via di uscita. Gran Premio Francia al Mobile Film Festival 2017, la vicenda delinea i contorni di un’esigenza atavica, custodita in una videochiamata satura di apprensione e destinata a una madre dolorosamente lontana. Il dispositivo di ripresa stesso diviene parte integrante della diegesi, a edificazione di una barriera metanarrativa che separa fisicamente una genitrice dal proprio figlio – così come l’astante dal soggetto scopico esibito nell’opera – indagando al contempo la nozione di confine territoriale e il topos dell’incomunicabilità; un racconto costituito dagli schermi della generazione digitale, i quali, una volta infranti, rivelano una cruda verità, emergente dalle tenebre con indosso la maglietta sbiadita di un negozio di souvenir irraggiungibile.

Rosanna Azeno 5 mesi fa

"I love London" è un corto inaspettato Ancora prima di mettere play non sai cosa aspettarti, ti trovi di fronte un ragazzo, un giovane uomo che sorride di fronte a una telecamera e dall'altra parte c'è una madre. Quando metti play ti trovi di fronte un uomo i cui occhi parlano più di ogni altra cosa. Poi ascoltando la sua voce sembra quasi essere tranquillo, fino al momento in cui si sente la volante della polizia e li oltre ai suoi occhi pure tutta l'espressione del suo volto cambia, è preoccupato, così espressivo che ti senti partecipe di tutto quello che sta succedendo. Il corto dura solo un minuto, ma in quel arco di tempo passi da essere la madre ad essere il figlio. Ti senti una madre che sta parlando a un figlio lontano, che pensa che suo figlio si trovi un Paese migliore, che tuo figlio stia vivendo una vita migliore, che sia felice e che abbia un tetto sopra la testa. Ma non è così, tutte queste aspettative vengono spezzate in un attimo, la speranza che si aveva per quel ragazzo svanisce; si blocca nel preciso istante in cui il protagonista interrompe la conversazione. In quell'istante tu sei lui, non sei,più la mamma. Quando si alza ed esce dal luogo in cui si trova che è soltanto una tenda, ti senti spogliato di tutto ciò che hai, ti senti nudo, fragile e solo davanti a quei giganti che sono la polizia internazionale che ti dice di non poter rimanere lì in lingua francese. E proprio in quel preciso istante la maglietta che indossa con scritto " I love London" assume realmente un significato. Capisci che tutto ciò che tu avevi visto con i tuoi occhi di madre era falso, che tuo figlio non vive una vita migliore di quella che viveva nel suo Paese, anzi sta peggio, che non sa la lingua e che nemmeno è arrivato a Londra, ma che si trova in Francia e allora lì ti cade tutto addosso. Ma non solo assumi consapevolezza e ti senti un po' anche tu un migrante che sa dove vorrebbe andare ma non ci è arrivato, che mente alla propria madre per non farla soffrire e non darle un dispiacere in più e che in tutto questo si trova solo, spaesato e spaurito. Quando guardi questo corto comprendi che in fin dei conti tutti potremmo essere lui.

Maria Verdiana Rigoglioso 5 mesi fa

Una videochiamata, la mamma che si preoccupa per il suo ragazzo, un’immagine che si ripete ogni giorno in tutto il mondo. Così si apre il corto di Violette Gitton, regalandoci una, seppur cupa, scena di ormai vita quotidiana, in cui i protagonisti sono entrambi di origine Araba. Poi il suono di sirene, il ragazzo saluta la mamma senza rispondere alla domanda “Dove sei?”. Il giovane esce dal “Tunnel” la cui metafora mai fu più puntuale. Il Tunnel simbolo dell’isolamento interiore di qualunque giovane si allontani da casa, ma ancor di più di chi è consapevole della verità: non importa quanto tempo passerà, il protagonista sarà sempre uno straniero in terra straniera. L’ultima allegoria che conferma il messaggio è quando la voce del poliziotto si esprime in francese; ecco che il tunnel diventa anche il canale della Manica, mai oltrepassato dal giovane protagonista. Solo una volta che si è preso consapevolezza del messaggio del corto, il regista si sofferma su un particolare che si ricongiunge con il titolo dell’opera: I love London infatti, è anche la scritta riportata sulla maglia del ragazzo, e quella Londra, il giovane, non l’ha mai vista. Se all’inizio del corto la scritta sembra indicarci l’orgoglio, la felicità di aver raggiunto la Terra Promessa, alla fine della telefonata diventa il simbolo della distanza (non solo fisica) tra madre e figlio, per poi, in chiusura, andare totalmente in contrasto con la lingua parlata dal poliziotto che ci porta in Francia. La sapienza di Violette Gitton pervade tutta l’opera, a cui non manca nulla nella sua brevità; la contrapposizione Londra-Parigi ha un immediato effetto empatico sullo spettatore, il cui primo pensiero collegato a entrambe le città, diventa in queste circostanze quello legato alle recenti stragi. Non un messaggio di speranza, ma di verità inconfutabile e dolorosa. Un’opera eccellente.

Amalia Santiangeli 5 mesi fa

La capacità di trasmettere così tanti sentimenti ed emozioni in un breve film è veramente quel di più che permette all'autore di raggiungere lo scopo di coinvolgere coloro che guardano, osservano, assaporano la visione. In questo film sono stata veramente parte fisica, attrice trasparente e silente, ma concreta come partecipazione dentro e durante il breve svolgersi del dialogo, fatto non solo dalle parole, ma dagli sguardi e dai sorrisi stemperati in una sofferenza preoccupata che solo lo spettatore doveva cogliere. Giudizio quindi positivo e plauso all'autore, alla regia, agli attori.

Gianluca D'Alessandro 5 mesi fa

Un'inquadratura. Due Corpi che riflettono due situazioni odierne. La prima rappresenta il futuro di un ragazzo spaventato dall'estero, dove cercava una vita migliore; dall'altro schermo del dispositivo una donna, una madre che ha paura di una scelta forse azzardata del figlio. Il corto di Violette Gitton cattura in pochi istanti la speranza e la paura, il coraggio di affrontare la vita lontano da casa e la terribile realtà in cui giovani uomini e donne sono purtroppo vittime. La messa in scena realizza benissimo i due ambienti e il passaggio improvviso, tramite il movimento di macchina, rivelatore di una condizione troppo diffusa.

Annalia Asti 5 mesi fa

London boy you're a London boy cantava un pezzo di D.Bowie é troppo tardi ormai per tornare indietro. Il desiderio di libertá non consente rimpianti, Se pensavi di avere piú chances tu comunque non lo dirai, soprattutto ora che sei davvero un london boy

Caterina Castellana 5 mesi fa

La speranza di un futuro migliore e la voglia di non deludere chi si ama sono i sentimenti che scaturiscono dalle prime scene del cortometraggio di Violette Gitton. Il tema principale è, però, la contrapposizione tra desiderio e realtà, due scenari presentati con differenze di ambientazione e luci e di suoni. E sono proprio queste differenze tecniche a coinvolgere lo spettatore e a destabilizzarlo sui minuti finali, in cui suoni e ambientazione stridono tra loro. Tuttavia resta accesa la speranza di una realtà come la si è sempre sognata. Dettaglio evidente dall'inquadratura finale, che riprende il titolo del cortometraggio "I love London."

Beatrice Sapio 5 mesi fa

Corto che ci fa vivere in prima persona tramite il protagonista, il mondo in cui siamo oggi. La paura mista ad adrenalina di raggiungere un paese che ami e che forse non ti accetterà mai, ma speri che lo faccia. In quei momenti non sei sicuro di nulla, temi ogni cosa ma sai che dall'altra parte del telefono, dall'altra parte del mondo ci sarà sempre l'amore, la speranza di una madre che ti darà la forza.

Giulia Solange Guerra 5 mesi fa

Si chiama "I love London" il cortometraggio realizzato da Violette Gitton e Paul Marques Duarte che si è aggiudicato il Gran Premio Francia durante la 12° edizione del Mobile Film Festival. Attraverso uno split-screen, i registi hanno dato voce e sentimento ad uno spaccato di attualità che coinvolge il loro paese così come gran parte del mondo. Misura, immediatezza e tensione sono gli ingredienti utilizzati per esprimere, in un solo minuto, il dramma irrisolto dell'immigrazione. Un minuto, questo, fatto di anni e chilometri. Percepiamo la ricerca di un orizzonte, oltre il mare, che forse è più un concetto che un luogo; l'amore di una madre e il senso di protezione di un figlio che, teneramente, vuole farle credere di aver superato indenne la Manica. Buona la prova dell'attore protagonista che per qualche secondo tiene in bilico lo spettatore: una mano che trema, gli occhi appena lucidi, il tono di voce instabile... Si tratta di emozione, di felicità? Improvvisamente, il dubbio collide con il suono di una sirena e una voce che non parla inglese. Tristezza ed ironia si fondono, se si pensa che tutti i sogni di una vita sono racchiusi sulla stampa di una semplice maglietta: "I love London".

Michela Ferrazzano 5 mesi fa

Una messa in scena, una messa in scena d'amore di un giovane verso la sua mamma. Quanta dolcezza nei suoi baci dati per telefono, I Love London è un concentrato di emozioni forti e opposte tra loro....la gioia del protagonista che prova nel vedere la propria madre, l'amarezza nel momento successivo quando si trova faccia a faccia con la polizia francese...e noi capiamo....capiamo la sua sconfitta....non è riuscito ad oltrepassare la Manica....ma chissà.....un giorno....il cinema a volte ci fa sognare è speranza.....

Daniela Santissimo 6 mesi fa

Ironia e dolcezza ci portano dritti nella tenda dove si svolge la scena. La mamma, un telefono,la polizia. Semplicemente immigrato.

Jinmark Gambino 6 mesi fa

I love London. Con un titolo semplice,  quasi ironico, ma dal messaggio profondo, Violette Gitton si presenta con un delizioso cortometraggio su un tema di attualità che vediamo e sentiamo nei giornali e nelle televisioni di tutti i giorni, l'immigrazione. L'inquadratura iniziale, segue la vicenda di un ragazzo in videochiamata con la madre, utilizzando direttamente lo sguardo del suo schermo in modalità split screen. La conversazione tra essi si svolge interamente al buio, all'oscuro, all'interno di un luogo che per tutta la durata del corto fino al colpo di scena finale, lo spettatore è ignaro di conoscere. Da un lato troviamo le preoccupazioni e le domande di una madre in pena sulle condizioni del proprio figlio e sul suo presunto arrivo sul territorio londinese, dall'altra parte troviamo le parole di conforto da parte di esso. La conversazione si interrompe improvvisamente con il suono di una sirena in vicinanza, il colpo di scena finale ci rivela la situazione, il ragazzo esce dal luogo che fino ad ora era rimasto sconosciuto, una tenda da campeggio. Con genialità, senza il bisogno di conoscere i loro volti, ci basta sentire la voce degli agenti della polizia rivolgersi al ragazzo, per riconoscere dalle parole che il territorio in cui si trova il ragazzo non é quello londinese ma quello francese. La componente di forza di questo splendido corto è la maniera in cui la regista francesce in un minuto riesce a immergere lo spettatore in una situazione ignota, dove le informazioni vengono date man mano che i secondi passano, ma che vengono strappate nei secondi finali per rivelare la triste realtà, un ragazzo che non è riuscito a realizzare il sogno di entrare in territorio inglese, costretto a mentire alla madre per non farla stare in pena. In pochissimo tempo riusciamo a cogliere le vicissitudini di questo ragazzo e di sua madre pur non conoscendo il loro passato. Un corto di grande attualità, in un periodo storico dove l'immigrazione ha due facce, una nazione che non riesce più  ad ospitare persone straniere ed un ragazzo alla ricerca di nuove opportunità in un paese differente dal suo con la speranza di rendere orgogliosa la madre. Una realtà che viviamo tutti i giorni, ma che ne sentiamo solo parlare senza vederla con i nostri occhi.

Tonino Mannella 6 mesi fa

Quello che colpisce maggiormente di questo corto è l’immediatezza del messaggio che arriva con l’inquadratura finale, questo secondo me è un grande pregio perché penso che il cinema si fatto principalmente di idee e non solo di tecnica ed effetti. Con un’unica inquadratura e utilizzando la tecnica dello split-screen, la giovane regista francese ci proietta nell'attualissima realtà dei migranti che coinvolge tutta Europa. Il sogno di arrivare a Londra o in qualsiasi altro posto spesso si infrange prima, ma si fa di tutto per mantenere viva la speranza nei cari che si sono lasciati a casa.

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