I love London – la recensione

Di Verdiana Rigoglioso


Tempo di lettura: 2 minuti

Una videochiamata, la mamma che si preoccupa per il suo ragazzo, un’immagine che si ripete ogni giorno in tutto il mondo.
Così si apre il corto di Violette Gitton, regalandoci una, seppur cupa, scena di ormai vita quotidiana, in cui i protagonisti sono entrambi di origine araba.

Poi il suono di sirene, il ragazzo saluta la mamma senza rispondere alla domanda “Dove sei?”.
Il giovane esce dal “Tunnel” la cui metafora mai fu più puntuale. Il Tunnel simbolo dell’isolamento interiore di qualunque giovane si allontani da casa, ma ancor di più di chi è consapevole della verità: non importa quanto tempo passerà, il protagonista sarà sempre uno straniero in terra straniera.
L’ultima allegoria che conferma il messaggio è quando la voce del poliziotto si esprime in francese; ecco che il tunnel diventa anche il canale della Manica, mai oltrepassato dal giovane protagonista.

Solo una volta che si è preso consapevolezza del messaggio del corto, il regista si sofferma su un particolare che si ricongiunge con il titolo dell’opera: I love London, infatti, è anche la scritta riportata sulla maglia del ragazzo e quella Londra, il giovane, non l’ha mai vista.

Se all’inizio del corto la scritta sembra indicarci l’orgoglio, la felicità di aver raggiunto la Terra Promessa, alla fine della telefonata diventa il simbolo della distanza (non solo fisica) tra madre e figlio, per poi, in chiusura, andare totalmente in contrasto con la lingua parlata dal poliziotto che ci porta in Francia.

La sapienza di Violette Gitton pervade tutta l’opera, a cui non manca nulla nella sua brevità; la contrapposizione Londra-Parigi ha un immediato effetto empatico sullo spettatore, il cui primo pensiero collegato a entrambe le città, diventa in queste circostanze quello legato alle recenti stragi.

Non un messaggio di speranza, ma di verità inconfutabile e dolorosa.
Un’opera eccellente.

 

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