Hostiles – Ostili – La fotografia di Masanobu Takayanagi

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

Non la si vede mai, la vera protagonista di Hostiles.

La si sente ovunque, la si avverte sempre, la si percepisce in continuazione, ma non la si vede.

È la minaccia. Il senso di minaccia.

Quella sensazione vaga ma tesissima di inquietudine che attraversa il film dall’inizio alla fine, e che si materializza di volta in volta in uno sguardo, un fremito, un rumore.

Quando appare, la minaccia non è più tale. È pericolo, punto. È una canna di fucile che ti ritrovi puntata verso il tuo volto, è un cavallo al galoppo che ti viene addosso, è un’ombra che striscia nella notte e viene proprio nella tua direzione.

Tutti i personaggi del western di Scott Cooper vivono immersi nella minaccia e convivono con la paura. Con l’insicurezza. Con la certezza che qualcosa o qualcuno sta per irrompere e uccidere, ferire, bruciare. Non è un bel mondo, il West americano del 1892. Ma è il mondo in cui devono vivere i personaggi del film, reduci da un massacro che ha coinvolto tanto gli yankee quanto i nativi americani, e che ha conosciuto da ambo le parti efferatezze feroci e crudeltà disumane.

La percezione della minaccia, che coinvolge da subito anche lo spettatore, è merito del montaggio vibrante ma solenne di Tom Cross (il montatore di Whiplash e La La Land), della colonna sonora stridente e sorda di Max Richter, ma anche e soprattutto della fotografia di Masanobu Takayanagi, unanimemente considerata tra i pregi più evidenti del film. Perché? Perché – credo – sa usare anche i minimi dettagli dell’immagine per distillare – appunto – inquietudine e minaccia. Prendete anche solo la scena iniziale. Rosalie (Rosamund Pike) ha appena visto massacrare suo marito e le sue due figlie da una banda di Comanches selvaggi con il volto dipinto con i colori di guerra. Il neonato che aveva in braccio è stato colpito da una pallottola e lei tiene avvinto al petto un grumo di sangue, Scampata fortunosamente alle fucilate dei predoni, la donna riesce a rifugiarsi sotto una roccia. Silenzio. Silenzio assoluto. Si porta perfino le mani alla bocca, Rosalie, per attenuare il rumore lieve del respiro. C’è qualcuno, lì attorno? Sì, c’è. La minaccia si avverte. La si percepisce da una lievissima ombra che oscura per un attimo una fessura sul fondo della pietra. Qualcuno è passato lì dietro. E non può che essere uno di quelli che le stanno dando la caccia. Basta quel dettaglio, quell’ombra che scivola veloce, per segnare il confine fra la vita e la morte.

Per tutto il film, Masanobu Takayanagi usa la fotografia per accentuare il dualismo che attraversa la storia: se l’impianto narrativo alterna scene violente impregnate d’odio e di ferocia spietata a scene più dialogate in cui la ragione cerca di tener testa alla ferocia, Masanobu Takayanagi alterna a sua volta scene diurne bagnate in una luce piatta e fredda a scene notturne in cui fonti di luce diretta (una lanterna, il fuoco di un bivacco…) sono l’unica illuminazione utilizzata e i personaggi galleggiano nel buio e lasciano affiorare una parte del volto come in un quadro del Caravaggio. La “tela” su cui di preferenza Takayanagi dipinge con la luce è il volto del protagonista, il capitano Joseph Blocker, interpretato con ieratica partecipazione da un bravissimo Christian Bale. Sul suo volto passa di tutto: stupore, orgoglio, dolore, disgusto, rabbia, odio, paura. Ma passano anche nuvole, ombre, gocce di pioggia, sorrisi. La luce dipinge stati d’animo, anima paesaggi, popola la notte di bagliori di fuoco. Ed è in questo paesaggio che Scott Cooper conclude l’arco di trasformazione del personaggio attraverso un “viaggio dell’eroe” che porta i protagonisti ad abbandonare le ragioni dell’odio e della vendetta per abbracciare quelle del perdono, della gentilezza e della conciliazione. Buonista? Retorico? Per niente. Hostiles ha la ferocia di certi western di Sam Peckinpah unita con il lirismo di Balla coi lupi. Ma disegna una nitida parabola per cui la conoscenza diretta dell’”altro” e della sua umanità porta ad abbandonare le ragioni che avevano indotto a considerarlo Nemico. Anche se ambientato nel 1892, in realtà Hostiles parla di noi, e ci invita a confrontarci con le minacce e le paure che infestano e turbano il nostro presente.

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