Heart of the Sea – Il montaggio di Daniel P. Hanley e Mike Hill

di Gianni Canova

Lavorano in coppia da più di 20 anni.

Insieme Daniel P. Hanley e Mike Hill hanno vinto l’Oscar per il miglior montaggio nel 1996 per Apollo 13, ma sono stati candidati anche nel 2002 per A Beautiful Mind, nel 2006 per Cinderella Man e nel 2009 per Frost/Nixon-Il duello.

Sono tutti film diretti dal medesimo regista, Ron Howard.

Perché è uno strano sodalizio quello che si è andato creando nel corso degli anni fra  questi tre professionisti: un rapporto di fiducia assoluta e quasi esclusiva.

Ron Howard vuole Daniel e Mike per ogni suo nuovo film, e loro lavorano quasi esclusivamente per lui.

Il risultato è sorprendente: un’intesa perfetta, una capacità non comune di intuire l’un per l’altro le reciproche visioni, secondo un procedimento o un metodo che trovano una sintesi esemplare proprio in Heart of the Sea.

Qui, nel mettere in scena il naufragio della baleniera Essax, che pare abbia ispirato a Herman Melville il suo capolavoro Moby Dick, Ron Howard punta dritto dritto all’epica e chiede a Hanley e Hill di scandire il ritmo della narrazione come solo loro sanno fare.

Il montaggio di Heart of the Sea sembra così un ibrido fra quello di Apollo 13 e quello di Cinderella Man: frenetico, affannoso, violento. A tratti epico, per l’appunto, ma a tratti anche lirico.

Guardate con attenzione le scene d’azione, ad esempio, quella della burrasca nera e furente che nella prima parte del film si abbatte sulla nave e sul suo equipaggio. Qui ogni inquadratura non dura più di 2/3 secondi, Hanley e Hill tagliano e accostano le immagini con veemenza, in modo – verrebbe da dire – “burrascoso”: corde, vele, fiocine, funi e poi volti, mani, occhi e acque e onde e schiuma e urla e furia e paura.

Qui il montaggio sa saturare il racconto di dettagli, quasi facendo a pezzi il visibile, ma poi tiene tutto insieme inserendo -quando serve- qualche totale o qualche campo lungo della nave attaccata dalla furia delle acque e della natura.

Un procedimento analogo domina e governa le scene -potentissime- della caccia ai capodogli e poi la lunga sfida con la balena bianca che “osa” attaccare gli umani.

Anche qui, dopo alcune inquadrature dall’alto  -tecnicamente sono delle plongé– che danno un’idea comparativamente allarmante delle dimensioni della balena rispetto alla nave e poi alle scialuppe, il montaggio di Hanley e Hill taglia, spacca, spezza, rompe.

La stessa balena è raccontata per sineddoche: una parte -o più parti- per il tutto. La coda, il muso, il dorso, l’occhio (centrale nella scena decisiva, nel campo/controcampo fra il mostro acquatico e il cacciatore Chase).

Parti, pezzi. La totalità solo dall’alto, poi la frantumazione, secondo una tecnica che fa davvero del montaggio l’elemento linguistico determinante nel produrre non solo il ritmo del film, non solo il suo impatto emozionale, ma anche il suo senso.

Ma anche le scene d’attesa sono potentissime: guardate anche solo i momenti in cui la nave ondeggia e beccheggia, e si sente lo stridere delle corde e delle funi  sugli alberi del ponte, o quando la  macchina da presa indugia sui volti attoniti e stremati dei marinai, che sanno di essere diretti “ai confini della ragione”, e percepiscono tutta  la finitezza ma anche la grandezza del loro essere umani.

Un film antico fatto con tecnologie moderne“, è stato scritto.

È vero.

Heart of the Sea fa pensare al Moby Dick di John Huston e Gregory Peck, ma col vantaggio di poter fare ciò che a loro era tecnicamente impossibile.

Il digitale disegna sullo schermo cetacei e tempeste impensabili con i trucchi e le tecnologie analogiche.

E il montaggio suggella la forza titanica dell’operazione, facendo a pezzi un mondo e poi ricomponendolo davanti ai nostri occhi.

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