In guerra per amore – La scenografia di Marcello Di Carlo

di Gianni Canova

Per quanta attenzione ci mettiate nel cercarlo, il paese di Crisafullo sulla cartina geografica della Sicilia non lo troverete. Né in una cartina dei giorni nostri né in una di 70 anni fa. Crisafullo non esiste. Meglio: non esiste nella geografia “reale”. Nelle mappe del fantastico, invece, Crisafullo esiste, eccome. Non solo perché incarna la quintessenza della sicilianità, ma perché è il piccolo borgo in cui Pif ambienta buona parte del suo secondo film, In guerra per amore.

Un luogo immaginario? Non proprio. Piuttosto, come accade spesso al cinema, un luogo-macedonia: uno spazio narrativo e drammaturgico costruito assemblando immagini di spazi diversi, spesso distanti – nella realtà – chilometri e chilometri. Così, le immagini di quello che nel film viene chiamato Crisafullo sono in realtà in parte immagini di Erice, il notissimo borgo medievale in provincia di Trapani, e in parte immagini riprese a Realmonte e alla Scala dei Turchi, nell’agrigentino, con la veduta mozzafiato della scogliera che diventa una delle immagini iconiche del film. Un luogo-frankenstein, insomma: costruito assemblando e cucendo insieme pezzi e schegge e parti di altri luoghi raccolti qua e là. Il problema, quando si fanno operazioni di questo tipo, è di dare vita all’insieme che in questo modo viene assemblato. Lo sapeva bene il dottor Frankenstein. Ed è un problema che non possono non essersi posti anche i realizzatori di In guerra per amore: come fare in modo che Crisafullo risulti sullo schermo un luogo vivo e non solo l’assemblaggio di belle immagini da cartolina? Lo scenografo Marcello Di Carlo (che aveva già lavorato con Pif anche per La mafia uccide solo d’estate) ha fatto un lavoro di ricerca egregio e rigoroso: ha studiato le fonti iconografiche e documentali ed è intervenuto sui luoghi proposti alla produzione dai location manager Luigi Tripodi e Christian Peritore con l’intento di renderli – come dire – esemplari. A volte, forse, anche troppo esemplari. Prendete ad esempio la scena che viene subito dopo il bombardamento. Sullo schermo vediamo tutto ma proprio tutto quello che ci si potrebbe aspettare dopo un bombardamento: piccoli fuochi accesi qua e là, una bambola buttata lì con finta nonchalance, crepe e calcinacci nei muri e così via. Da manuale. Troppo. Stessa sensazione nella scena in cui gli americani, grazie all’accordo con la mafia, entrano a Crisafullo senza dover sparare un solo colpo e senza perdere neanche un uomo: nella piazza centrale, dove il maggiore James Maone e il boss Don Calò si incontrano, c’è tutto, ma proprio tutto quello che potresti aspettarti nella piazza di un borgo così: l’effigie del Duce sulla facciata di una casa (è questa è ovviamente quasi immancabile…), i panni stesi alle finestre, le insegne del calzolaio e del barbiere, il crocefisso, e così via. La ricerca di verosimiglianza è talmente insistita da generare talora l’effetto opposto e da rendere evidente – come accade in certe fiction televisive italiane – il fatto che ci si trova su un set. E’ un po’ il problema di tutto il film: che è deciso e coraggioso nel denunciare come lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943 abbia di fatto contribuito a consegnar l’isola (e forse non solo quella…) nelle mani della mafia, ma è meno credibile e potente di quanto potrebbe essere proprio per un eccesso di perfezionismo, e perché l’ossessione di credibilità e di verità è talmente smaccata da generare il contrario. Quando ad esempio i prigionieri italiani vengono liberati e scendono dal camion, sono troppo feriti, troppo bendati, troppo “stampellati”, si vede che sono disegnati e ciò blocca la sospensione dell’incredulità. Così come la blocca quel pezzo di legno buttato di traverso fra lo specchio e la porta aperta nella scena in cui il soldato Arturo Giammarresi precipita con l’asino nella camera da letto di una fanciulla siciliana “illibata”, o ancor più la scelta (registica? scenografica? di sceneggiatura?) di far gettare la statua lignea di Mussolini dalla finestra e lasciarla appesa tra i panni stesi a testa in giù, con un’allusione fin troppo evidente alla fine che farà il Duce di lì a un paio d’anni in piazzale Loreto a Milano. Insomma: l’eccesso nuoce alla scenografia come un po’ a tutto il film: che a furia di inseguire il “tipico” si ritrova suo malgrado impantanato nello stereotipo.

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Commenti

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Dario Antoniani 12 mesi fa

Caspita che recensione. Bellissima. A me il film è piaciuto ma ho trovato bellissima questa recensione.

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