Gli sdraiati – La sceneggiatura di Francesca Archibugi e Francesco Piccolo

di Gianni Canova

“Vorrei essere come Pippi Calzelunghe: orfana e ricca…”. Dice così, la silenziosa, enigmatica e imbronciata Alice, protagonista femminile di Gli sdraiati, quasi a voler esprimere la propria insofferenza per l’ossessiva e soffocante presenza genitoriale nella vita della sua generazione.

Bella battuta, soprattutto se attribuita a un personaggio che parla poco o nulla. Solo che c’è un errore. Pippi Calzelunghe non è orfana. Ricca sì: un baule pieno di denaro le garantisce il privilegio di non doversi preoccupare della sopravvivenza. Ma Pippi non è orfana. Ha un padre. Un padre lontano, certo. Ma non un padre assente. Anzi: proprio la relazione con il padre è la molla drammaturgica che mette in movimento l’azione in molti degli episodi della mitica serie tv dedicata alla ragazzina tutta lentiggini e codini inventata dalla scrittrice svedese Astrid Lindgren. Ma allora, delle due l’una: Archibugi e Piccolo sbagliano volutamente? O sbagliano senza accorgersene? Sono convinti anche loro che Pippi sia orfana o attribuiscono l’errore al personaggio del loro film? La questione non è di poco conto. E rispondere in un modo o nell’altro può aiutarci a capire meglio cosa funziona e cosa non funziona nella sceneggiatura che Archibugi e Piccolo hanno tratto dall’omonimo best seller di Michele Serra. Proviamo, una volta tanto, a ragionare così: vedere un intero film attraverso la lente d’ingrandimento di un unico particolare, a suo modo rivelatore.

Partiamo dunque dalla prima ipotesi: l’errore è degli autori. Di Francesca e Francesco. Avevano un ricordo vago di Pippi Calzelunghe e non hanno controllato. E quindi si sono sentiti autorizzati a credere che un padre che non è tutti i giorni presente e assillante, con tutti i suoi valori, i suoi richiami e le sue regole, sia in realtà equiparabile a un padre inesistente. In realtà, chi abbia visto anche solo una puntata della serie Tv, sa che il padre di Pippi – pirata nei mari del Sud – è per la figlia un modello di vita. Un modello tanto più riuscito quanto più lei può fare tranquillamente a meno di lui. Sa badare a se stessa e in alcuni casi arriva perfino a prendersi cura del padre e a levarlo dai pasticci. Se così fosse, se fosse vero che l’errore è inconsapevole, sarebbe un indizio dei limiti ideologici del film: rimuovendo dalla loro memoria l’esistenza del padre di Pippi, Piccolo e Archibugi rivelano come la loro cultura li porti a ritenere che un padre non prescrittivo, non impositivo, non imperativo, coincida di fatto con un padre assente. Come se non ci fosse che un unico modo di essere padri.

Ma ragioniamo un poco anche sulla seconda ipotesi: Archibugi e Piccolo sanno e ricordano bene che Pippi non è orfana, ma attribuiscono l’errore al personaggio, alla silenziosa enigmatica e scorbutica Alice. La quale diventa così la portabandiera di una generazione di ignoranti che non  conoscono bene neppure gli idola della loro infanzia. Errore grave, questo, davvero. Perché chiunque abbia una frequentazione recente di adolescenti sa che sui valori e gli idoli dei padri possono essere ignoranti in modo disarmante, ma sui loro no. Ho chiesto a mia figlia adolescente e a una mezza dozzina di suoi coetanei se la frase “Vorrei essere come Pippi Calzelunghe: orfana e ricca” fosse vera o no, e tutti mi hanno risposto all’unisono che Pippi non è orfana e che un padre ce l’ha. Punto. Altro che generazione di ignoranti.

Quale che sia la natura dell’errore, l’errore comunque c’è, ed è una spia di come la sceneggiatura non sia riuscita fino in fondo a fare ciò che sembrava scommettere: rovesciare il punto di vista monologante del romanzo di Serra e trasformarlo in una narrazione dialogica a focalizzazione plurima. Che l’ambizione fosse quella del rovesciamento prospettico è reso esplicito in modo non confutabile dalla sequenza del dialogo fra Bisio e Gigio Alberti in cui un movimento rotatorio della macchina da presa rivela che noi li stavamo osservando a testa in giù. Ma quel rovesciamento annunciato non riesce, il film non ce la fa a ribaltare il punto di vista del romanzo (che adottava il punto di vista del padre) e ad assumere anche quello dei figli (che invece continuano ad essere giudicati senza che mai il film riesca a inquadrare i padri con lo sguardo di uno di loro).

Se avessero ragionato un po’ di più su Pippi (che è l’antitesi dinamica della ragazzina svogliata e “sdraiata”), Archibugi e Piccolo avrebbero capito che fra il modello del padre tutto regole e sensi di colpa e quello del padre totalmente assente, c’è forse una terza modalità: quella del padre presente/assente, modello di avventure, di libertà e di autoregolamentazione come il padre di Pippi. Un modello di cui la generazione degli sceneggiatori, che è più o meno anche la mia, obnubilata com’è dal proprio narcisismo, sembra essere del tutto ignara. Forse è proprio per questo (perché la cosa riguarda anche me…) che all’uscita dal cinema, mentre meditavo sul film, che è forte e importante e induce a riflettere anche per i suoi limiti, mi è tornata alla mente una frase di Umberto Eco che avrebbe potuto essere molto utile agli sceneggiatori (oltre che a tutti noi…). Diceva il “padre” italiano della semiotica che tutti noi diventiamo quello che i nostri padri ci hanno insegnato. Ma non quello che ci hanno insegnato quando volevano fare i padri, quando volevano essere educatori. Diventiamo ciò che i nostri padri ci hanno insegnato senza volerlo. Nei momenti morti della loro funzione paterna, negli scarti del loro essere educatori.

Chissà se Umberto Eco guardava anche lui Pippi Calzelunghe…

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Annamaria D'Auria 18 giorni fa

Parte come una commediola leggera con Bisio che itera il suo cliché di cinico spiritoso e,un po’ alla volta, si delinea una storia che descrive i difficili rapporti tra genitori che faticano ad imporre valori, quali regole,orari, rispetto reciproco ecc.. ed un mondo adolescenziale che vive in tribù, bivacca nella propria e altrui casa che sembra insensibile e superficiale ma che invece,sotto sotto, soffre ama e cerca di crescere sottraendosi faticosamente all’alone degli adulti, accorgendosi che quest’ultimi,alla fine, non sono poi così terribili, ma forse solo fragili e soli, trovando insieme poi un nuovo equilibrio. ◦

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