Gli angeli della rivoluzione

di TBWA-admin

Il talento ribelle del cinema russo, all’anagrafe di Ekaterinburg nato con il nome di Aleksey Fedorchenko, torna a Roma dopo aver aperto il Festival del 2012 con Spose celesti dei Mari di pianura. Angeli della Rivoluzione, in concorso nella sezione Cinema Oggi, è tratto dai racconti di Denis Osokin e sarà visibile in prima mondiale per gli spettatori capitolini.

 

Ambientato in Unione Sovietica in piena epoca staliniana (1934), racconta lo scontro generazionale di un popolo passato dal lungo dominio zarista alla Rivoluzione d’Ottobre fino alla dittatura dell’uomo che trasformò in oppressione le idee socialiste di Lenin.

La politica è però sullo sfondo. Gli occhi del racconto sono quelli di cinque artisti d’avanguardia, spediti a fare da agit-pop (acronimo di otdel agitatsii i propagandy ovvero “diffusori di propaganda”) nelle regioni periferiche dell’Impero di falce e martello. Come per Polina (Darya Ekamasova, già con Fedorchenko nel lavoro di due anni fa), fervente combattente della causa rivoluzionaria, inviata a convincere i popoli Khanty e Nenet, pastori seminomadi della glaciale Siberia, delle bontà delle politiche di Mosca, loro da sempre restii ad accettare qualsiasi dominio e ferventi fedeli degli sciamani e delle divinità pagane.

Un compito non facile che richiede la creazione di un gruppo artistico piuttosto che di uno squadrone dell’esercito: invece dei kalashnikov troviamo le idee di un compositore, di un architetto, di uno scultore, di un regista teatrale e uno di cinema, idealisti fedeli al regime e anime della ribellione dal basso.

 

Dopo Silent Soul, vincitore del Premio Osella per la miglior fotografia a Venezia nel 2010, e Spose celesti dei Mari di pianura, Fedorchenko torna a parlare del suo popolo e lo fa con un lavoro molto più diretto. In questo caso non ci sono etnie ugro-finniche e nemmeno donne del popolo Mari, ma personaggi identificabili con la storia studiata sui libri da milioni di studenti. La critica del regista è spietata: descrive, minuto dopo minuto, il passaggio dalla rivoluzione come espressione della volontà popolare a imposizione governativa delle masse. I sei personaggi della pellicola non sono artisti vocati al racconto di ciò che succede nei palazzi sulle rive della Moscova per un popolo così lontano come quello siberiano, bensì “missionari statali”, spediti nel gelo per imporre il credo staliniano.

 

Questa l’idea, poi c’è la realizzazione. E qui il cinema deve ringraziare Fedorchenko per la sua mano dietro la macchina da presa. Regia e fotografia sono ottime, con uno stile del tutto personale ma molto coinvolgente. Il ritmo, nonostante non si tratti di un thriller, non è ad andatura-lenta come il lavoro del 2012. Averne di lavori così.

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