GGG – Il Grande Gigante Gentile – La scenografia di Rick Carter

di Gianni Canova

Gli altri hanno un nome, lui no. Gli altri si chiamano Inghiotticicciaviva o Scrocchiaossa, lui è semplicemente il Grande Gigante Gentile.
Gi altri si nutrono di carne umana, con una evidente preferenza per quella dei bambini, lui invece beve sciroppio e mangia solo cetrionzoli.
Gli altri sono aggressivi e predatori, lui è dolcemente e semplicemente gentile. Ma la cosa che rende più umano e diverso dagli altri giganti il protagonista dell’ultimo film di Steven Spielberg, tratto dall’omonimo best seller di Roald Dahl, non è tanto nelle differenze appena ricordate (che sono comunque importanti), quanto in un altro dettaglio che stranamente pochi hanno notato: il Grande Gigante Gentile ha una casa, gli altri no.

Gli altri dormono per terra, in branco, sdraiati nell’erba,in un rapporto primitivo con la natura e il mondo circostante. Lui invece si è costruito una vera e propria tana.
E quel suo rifugio, con la sua struttura e la sua particolarissima configurazione spaziale è il correlativo oggettivo di chi la abita: un mix di anarchia e di poesia, di ingegno e di follia, di bric à brac e di magia.

Lo scenografo del film – Rick Carter, Oscar per le scene di Avatar e di Lincoln, già collaboratore di Spielberg in film come Jurassic Park, Munich e Amistad) proprio nella costruzione della tana del gigante ha dato il meglio di sé: una caverna piena di buchi, tane, anfratti e nascondigli, con un albero secolare pieno di nodi e di radici proprio al centro, con una nave adattata a fare da giaciglio e con tutti gli elementi primari della natura (l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco) sapientemente miscelati per imprimere al luogo una dimensione di stupore e meraviglia.

Spielberg è sempre stato molto attento alla scenografia dei suoi film (anche il suo film più recente prima di GGG, Il ponte delle spie, ha avuto tra le varie nomination all’Oscar anche quella per la scenografia), ma qui Rick Carter non solo riesce a fare della caverna del gigante un corpo vivo e pulsante, popolato dai “fuochi fatui” dei sogni che volteggiano coloratissimi nelle piccole anfore in cui il gigante li ha ospitati, ma costruisce un mondo materiale (oltre alla caverna, anche la Londra notturna e dickensiana del bellissimo prologo, o le gigantesche stanze di Buckingham Palace nel finale) capace di consentire la tecnica di ripresa che Spielberg ha messo a punto con il responsabile degli effetti visivi, Joe Lettieri: invece di girare le scene con il gigante e quelle con la bambina separatamente, per poi sovrapporle in post-produzione, Spielberg ha voluto che il gigante e la bambina fossero insieme su un set “materiale”, mescolando le riprese in live action con quelle in performance capture relative soprattutto al gigante (magistralmente interpretato da Mark Rylance, già Oscar lo scorso anno come miglior attore non protagonista proprio per Il ponte delle spie).

Per consentire tutto ciò, Rick Carter ha dovuto costruire set di diversa grandezza per ospitare le creature di differenti dimensioni che coabitano nel film: il gigante di Mark Rylance è alto infatti poco più di sette metri, meno della metà degli altri giganti carnivori e predatori, che oscillano fra i 12 e i 16 metri, e che si rivolgono al gigante gentile chiamandolo “Nano”.

La scenografia ha dovuto rendere possibili e credibili continui salti di scala, amalgamando in un unico mondo finzionale spazi e luoghi di scala molto differente.
L’operazione è dichiarata fin dall’inizio quando la piccola Sofia osserva incantata una casa delle bambole molto più piccola di lei, poco prima che il collegio in cui lei vive diventi a sua volta una “casa delle bambole” per il gigante che infila con fatica la sua grande mano in una finestra per portare via con sé la piccola occhialuta che ha visto ciò che non doveva vedere.

Come in tutti i suoi film, anche qui Spielberg ci ricorda che ogni nostra opinione sul mondo dipende dal punto di vista. E che anche un gigante può apparire piccolo se osservato dal punto di vista di chi è più grande e gigantesco di lui.

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