Gatta Cenerentola – L’animazione di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone

di Gianni Canova

“A volte ho la sensazione di vedere cose mai accadute…”.

Dice così il personaggio di Primo Gemito in uno dei dialoghi più belli di Gatta Cenerentola. È a bordo dell’avveniristica nave da crociera Megaride e sta parlando con l’ing. Basile (il progettista della nave, che porta lo stesso nome dello scrittore seicentesco da cui il film deriva la sua archetipa struttura da fiaba). L’immagine lo inquadra dal basso, in modo da mostrare lo spazio quasi liquido in cui è immerso. Primo Gemito e Basile sono all’interno della nave parzialmente sommersa, ma è come se fossero fuori, nell’acqua di mare: piccoli pesci fluorescenti – forse ologrammi? – scivolano fra dentro e fuori, come se interno e esterno non avessero confini. Come se fossimo davvero in uno spazio mentale iridescente ed ectoplasmatico. Basile risponde a Gemito con un sorriso di accondiscendenza. “La nave – dice – ci osserva, ci registra, ci elabora, ci rimette in scena…”. E aggiunge, sempre rivolto a Gemito: “Lei pensa di essere qui adesso, e invece è soltanto un ologramma sbiadito, un vecchio ricordo, che galleggia nel suo futuro”. Intorno ai due lo spazio è davvero fantasmatico: come se l’animazione di Alessandro Rak (che avevamo già apprezzato per L’arte della felicità) e degli altri tre co-registi del film riuscisse a smaterializzare uomini e cose e a dare a tutti la consistenza di un sogno.

Da tempo non si vedeva un film d’animazione Italiano (e, forse, non solo italiano) con un lavoro così sofisticato sulla luce. Una cura luministica così accurata, elegante e poetica è davvero rara se non unica. Spesso anche produzioni molto più costose e faraoniche crollano proprio nella gestione delle ombre e della luce. Nascondono a malapena il disagio per la piattezza e la monotonia luministica a cui paiono fatalmente condannate. Gatta Cenerentola invece è un grandissimo film non solo per tutti i motivi per cui è stato lodato dopo la sua presentazione alla Mostra di Venezia (la capacità di riadattare una fiaba del ‘600 alla sensibilità contemporanea, la lucida lettura politica del destino di Napoli e della sua caduta verso il degrado, la forza e l’energia della colonna sonora, la potenza e l’eleganza del disegno…) ma anche e soprattutto per il lavoro sulla luce. Qualunque scena lascia luministicamente a bocca aperta.

Lo spazio visivo è perennemente attraversato da corpuscoli luminosi fluttuanti, da pulviscolo fosforescente, da fiocchi di cenere galleggianti, o da pesciolini illuminati che rendono l’ambiente simile a un acquario. I giochi di luce nell’acqua, i riflessi, le striature, danno all’immagine una densità pittorica e al tempo stesso una consistenza onirica davvero stupefacenti. Spesso una linea di luce perimetra i corpi e i volti dei personaggi, come per farli rifulgere nell’ombra o nel buio, o per facilitare a chi guarda la percezione della direzione da cui proviene la luce. Le trasparenze, i miraggi, i tremolii fanno il resto: col risultato che Gatta Cenerentola non ha nulla da invidiare – dal punto di vista visivo – a un altro grande film d’animazione d’ambientazione acquatica come Alla ricerca di Nemo, e per certi versi è perfino meglio: perché alla nitidezza visiva del fantasy disneyano contrappone un fiabesco mediterraneo molto più ombroso, antico, misterioso e coinvolgente.

Se non ci fosse il rischio di essere eccessivamente enfatici, verrebbe da dire che l’animazione italiana sta tornando grande, coraggiosa e matura. Com’era del resto negli anni ’60, quando grazie a maestri come Nino Pagot, Bruno Bozzetto, Roberto Gavioli e tanti altri dava lezioni di forma, di intelligenza e di stile al cinema di tutto il mondo.

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