Game Therapy – Gli effetti digitali di Gaia Bussolati e Stefano Leoni

di Gianni Canova

Hanno detto che i giovani divi del web approdati sul grande schermo stanno alla recitazione come Fabrizio Corona stava alla discrezione. Perché la critica italiana ha infierito su Game Therapy?

Gliene hanno dette di ogni.

Hanno detto che i giovani divi del web approdati sul grande schermo stanno alla recitazione come Fabrizio Corona stava alla discrezione.

Hanno detto che la sceneggiatura sembra scritta da gente che non ha mai sentito come parlano, insultano o imprecano i giovani italiani di oggi.

Hanno detto che la storia sfocia in un moralismo fastidioso e alquanto passatista.

E si potrebbe continuare.

Sono critiche non del tutto infondate, ma la domanda che mi sorge spontanea è un’altra: perché la critica italiana – non solo quella adulta e patinata, ma anche quella dei blogger e dei siti – ha infierito su Game Therapy con una virulenza e una ferocia raramente impiegate per opere ben più impresentabili di questa?

Al film interpretato da Favij e Clapis bisogna riconoscere di essere quanto meno un’operazione coraggiosa. Perché tenta di rinnovare lo star system nazionale – ormai vistosamente in affanno – aprendo ai nuovi divi del web. Perché si confronta con i generi e soprattutto con l’action.

Perché tematizza – ed è dai tempi di Nirvana di Salvatores che non accadeva con questa evidenza – la centralità e l’imprescindibilità dei modelli videoludici nelle forme di spettacolo contemporanee.

Perché – infine – crea mondi e paesaggi abbastanza diversi da quelli piattamente verosimili e stancamente quotidiani che caratterizzano la maggior parte dei film italiani.

Operazione da salvare, dunque? Non esattamente. Proprio perché un film come questo poteva davvero aprire nuove strade per il nostro cinema, bisogna essere severi con gli elementi che nel film non funzionano e impediscono a Game Therapy di essere attrattivo oltre la ristretta cerchia dei fan di Favij e di Clapis su Youtube. E tuttavia alcuni aspetti tecnici del film funzionano. Il montaggio, ad esempio. La colonna sonora di Pivio e Aldo De Scalzi. E gli effetti speciali digitali realizzati da Gaia Bussolati e Stefano Leoni per conto di EDI-Effetti Digitali Italiani. Dal vortice finale che risucchia i personaggi ai mondi virtuali in cui uno dei due protagonisti manda l’altro a giocare, Game Therapy dispiega davanti ai nostri occhi un universo di pixel che baluginano sullo schermo e diventano paesaggi. Non è la Pixar, è ovvio. Ma è un lavoro tutt’altro che banale, che andrebbe valutato con attenzione e serietà. In rete ho letto che qualcuno ha scritto che gli effetti sono fatti con i piedi. Che vuol dire? Che significa? Bisognerebbe motivare un po’ di più affermazioni di questo tipo. Se sorretti da una storia più avvincente e convincente, gli effetti digitali e i paesaggi della Game Life inventati dal film sono tutt’altro che banali. Magari a volte citano con spudoratezza i mondi di alcuni celebri videogiochi (da Assassin’s Creed a Uncharted), ma fa parte – appunto – delle regole del gioco. EDI, del resto, è una factory italiana che può vantare collaborazioni prestigiose e che ha firmato, negli anni, gli effetti digitali di tantissimi film di culto, da Fight Club al recente Padri e figlie di Gabriele Muccino.

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