Fury – I costumi di Anna B. Sheppard

di Gianni Canova

Una delle sfide più grosse per un costumista è quella di lavorare a un film di guerra. Soprattutto a un film ambientato durante la Seconda Guerra mondiale. Lo è perché in un film di guerra i personaggi sono obbligati a indossare delle divise. E le divise sono – almeno sulla carta – uguali per tutti. Il che significa che rendono quanto mai ardua la “missione” principale di un costumista: quella di usare gli abiti per contribuire alla costruzione dell’identità dei personaggi. Che fare? In un film come Fury di David Ayer la situazione è resa ancor più complicata dal fatto che buona parte del film si svolge dentro un carrarmato americano (quello soprannominato, appunto, Fury), con i cinque carristi che lo “abitano” legati da un rapporto di simbiosi quasi fisica con la loro metallica e possente macchina da guerra.

Ma la costumista è una veterana del genere: Anna B. Sheppard, origini polacche, molte collaborazioni giovanili con un maestro del cinema polacco come Krzysztof Zanussi, è stata candidata all’Oscar per altri due film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale e pieni di divise tedesche come Schindler’s List di Spielberg e Il pianista di Polanski, era candidata all’Oscar anche quest’anno per gli sgargianti costumi fantasy di Maleficent e c’è la sua firma anche sui costumi bellici di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. In Fury non poteva fare altro che personalizzare i costumi dei personaggi agendo sui dettagli. Fateci caso: tutti e cinque i carristi protagonisti indossano gli occhiali a mascherina portati alti sopra il casco, ma nessun occhiale è uguale all’altro. Così come i caschi/elmetti. Ogni soldato personalizza il proprio come vuole: chi lo decora con un filo metallico che perimetra i profili, chi indossandolo in maniera non canonica, e così via. In questo modo l’uniforme cessa di essere un vincolo omologante e diventa anzi un’opportunità personalizzante. Così come lo è il taglio di capelli: si va dalla nuca rasata con capelli imbrillantinati pettinati all’indietro di Wardaddy (Brad Pitt) ai baffi con pizzetto di Trini ‘Gordo’ Garcia (Michael Pena) fino al cespuglio di riccioli sulla sommità del capo di Grady Travis (Jon Bemthal).

Sono piccoli dettagli che aiutano lo spettatore a entrare in sintonia coi personaggi e a riconoscerli immediatamente. Il burbero sergente di Brad Pitt, con la sua cinica e sofferta accettazione della guerra come dovere, è quasi la reincarnazione di un tipo umano che quarant’anni fa sarebbe stato interpretato da John Wayne. Il suo giubbotto chiaro, la fondina sotto l’ascella e perfino il modo di camminare ricordano indiscutibilmente The Duke. Ma tutto ciò non basta a caratterizzare il personaggio fino in fondo. Per farci capire davvero chi è, e da che inferno viene, la costumista ha bisogno di spogliarlo. E solo lì, nella scena in cui mostra la sua schiena nuda, e la ragnatela di cicatrici che lo avvolge dalle spalle alla vita, solo allora, senza abiti di scena, senza divisa, avendo come unico costume il proprio corpo martoriato e la propria pelle cicatrizzata, il personaggi di Brad Pitt esprime di colpo e per sempre tutta la sua inevitabile e sofferta natura di eroe.

Tags

, , , , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Simone Cinelli 2 anni fa

Interessante questa analisi!

Segui welovecinema

We Love Cinema