Fuga da Reuma Park – Le location scelte da Chiara Brambilla

di Gianni Canova

Coraggiosi, Aldo Giovanni & Giacomo. Nel loro nuovo film si mettono all’ospizio. Non nascondono la loro età. Recuperano i personaggi dei “vecchietti” che interpretavano a teatro giù tanti anni fa e li ripropongono sul grande schermo, consapevoli che allora nel fare quei personaggi indossavano una maschera mentre ora quella maschera comincia ad avvicinarsi alla realtà. Ma il coraggio non basta per fare un film.
Ci vogliono anche altre doti, l’intelligenza, prima di tutto. E qui l’intelligenza si manifesta per prima cosa nella scelta della location: come immaginare e dove collocare un ospizio adatto ad accogliere tre vecchietti che però nel cuore e nello spirito sono ancora bambini? La scelta cade su un vecchio luna park (è quello storico dell’Idroscalo di Milano) subito trasformato – con la tipica verve autoironica del Trio – in Reuma Park. Scelta illuminante (non solo per i neon e le luminarie che in ogni luna park si sprecano): il luna park è il perfetto correlativo oggettivo dei personaggi che Aldo Giovanni & Giacomo interpretano in questo film. È un luogo per ragazzini, non c’è dubbio, ma al tempo stesso è “vecchio”, viene dalle pratiche ludiche otto-novecentesche (il primo apparve a Coney Island nel 1903!), ha una matericità antica che stride con le pratiche di gioco sempre più immateriali delle nuove generazioni digitali.

La scelta di questa location è la trovata centrale del film: mettere insieme giostrine, autoscontri, calcinculo, tiri a segno e tunnel dell’orrore con plaid, mantelline all’uncinetto, festicciole danzanti, sedie a rotelle e tutto il repertorio iconico-gestual-rituale di una casa di riposo per anziani è già di per sé un’idea comica non scontata, che Aldo Giovanni & Giacomo caricano al contempo di autoironia e di malcelata malinconia. Ma poi, mai come in questo film i tre manifestano apertamente anche la loro ambizione di diventare cartoni animati: i corpi vanno a pezzi, e perdono una mano qui e una gamba là, e si trasformano metamorficamente (si pensi anche solo alla gag al passaggio a livello, in cui i tre diventano rispettivamente un cammello, uno struzzo e un condor), e ancora si muovono e rimbalzano e precipitano e si rialzano, esattamente come cartoon. E anche il loro linguaggio comico, il fraseggio delle battute, a volte si libra verso il non senso o verso un sistema di rime ed assonanze che oscilla fra Paolo Conte, Toti Scialoia e la pubblicità (“Ci vorrebbe un crick/ per provocare un crack…/ io ne ho uno ad hoc”).

Come dire: qui davvero AG&G mollano gli ormeggi. Salutano definitivamente il realismo, la verosimiglianza, la coerenza della sceneggiatura e tutti quei requisiti che piacciano tanto ai maestrini dogmatici di un’idea vecchissima di cinema, e si lanciano spudoratamente verso la sgangheratezza, il bric a brac, il polimorfismo, il riuso, facendo rivivere nel film i loro personaggi e le gag teatrali della loro carriera, da Tafazzi ai Sardi a Rolando, in una sorta di film-frankenstein che rompe le regole, le forme e le buone maniere, e va da un’altra parte.

Perché questo funzioni però è necessario che qualcosa li tenga ancorati al nostro mondo, impedendo allo spettatore di interrompere la “sospensione dell’incredulità”. E questo qualcosa, questo ancoraggio, è dato dalle location scelte da Chiara Brambilla: una volta evasi dal Reuma Park, i tre si ritrovano in una Milano notturna e spettrale che proietta la loro commedia surreale in una dimensione urbana credibile e condivisibile.

Dopo la prima “uscita” in una Piazza del Duomo deserta, sullo sfondo di una Galleria Vittorio Emanuele ancora più deserta, con i tre che sparano alle guglie della cattedrale ambrosiana e fanno cadere la “Madunina” sul selciato, i nostri iniziano una lunga corsa in sidecar per le vie della vecchia Milano, fra Cordusio e Brera, sfrecciando fra le strade anguste di un centro storico che il cinema ha raramente esplorato, per finire sulla Darsena a bordo di una “pilotina” che li porta via sui Navigli mentre nel cielo spunta finalmente l’alba.

La realtà dei luoghi rende credibile la spudorata irrealtà del tutto: e ciò fa di Fuga da Reuma Park un oggetto davvero inconsueto nel panorama complessivo di un cinema comico italiano che – soprattutto a Natale – sembra saper sformare sempre e solo prodotti ormai quasi indistinguibili l’uno dall’altro.

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