Fortunata – La recitazione di Jasmine Trinca

di Gianni Canova

Nelle prime sequenze non la vediamo in faccia.

Sergio Castellitto la inquadra soltanto dalla vita in giù, mentre attraversa in fretta il corridoio di casa e si veste per portare sua figlia a scuola. La macchina da presa è ad altezza di bambina e lei, Fortunata, è quasi condannata ad uscire dall’inquadratura verso il fuoricampo superiore. È solo quando cammina in strada che la vediamo per la prima volta in viso. Ma “cammina” non è il verbo giusto. Fortunata non cammina, corre. In precario equilibrio su due zeppe troppo alte, caracolla per le vie di Tor Pignattara trascinandosi dietro la figlia e un trolley con i suoi arnesi da parrucchiera a domicilio.

Il primo lavoro che Jasmime Trinca fa per costruire il suo personaggio è proprio nella messa a punto di questa postura, di questa falcata: Fortunata è una che non sta ferma mai, e ha la convinzione che solo andando sempre di fretta può sperare di agguantare quel che le spetta della vita. Non ancheggia, Fortunata. Ondeggia. Barcolla. Scatta. Sbanda. Ma va avanti. Come Anna Magnani in Bellissima. O come la Mamma Roma di Pasolini, ma trasferita nel mondo e negli anni di Jeeg Robot. Guardatela nella scena in cui scopre che l’ex-marito – uno di quelli che camminano spingendo in avanti per prima cosa la zona pubica – si è ripreso la figlia.

Fortunata corre, si volta, incespica, ansima, recrimina, lasciando fluire sul suo volto sudato e sotto la sua massa di capelli biondi tutte le sfumature che vanno dalla mater dolorosa alla mater furiosa. Appassionata, fragile, ferita, eppure vitale. Ma guardate anche come recita nell’ombra, nel lungo e complesso piano sequenza notturno che comincia con l’ex-marito che rompe nel lavandino la bottiglia di fernet e poi le si incolla addosso, e la spinge verso la finestra e le apre la vestaglietta e la prende con la forza, urlando sempre più forte “È un mio cazzo di diritto o no?”, mentre lei prima replica, si difende, lo respinge e poi a poco a poco tace e subisce nel silenzio l’ennesimo brutale rito di sottomissione.

Il secondo lavoro Jasmine Trinca lo fa sulla lingua, riuscendo a sospendere la sua formazione classica e la sua lingua borghese per lasciarsi parlare da un idioma arcaico e vernacolare, che le esplode in bocca e che senti arrivare da lontano, da generazioni e generazioni che hanno parlato con quell’intonazione, con quel ritmo, con quelle parole: un piccolo capolavoro di mimesi linguistica che dice della maturità interpretativa ormai raggiunta dall’attrice.

Il terzo lavoro è quello sulle emozioni. Fortunata è un vulcano emozionale. Passa dal sorriso al ghigno, dalla collera alla tenerezza, dalla rabbia alla disperazione, dallo sconforto al sorriso. E Jasmine riesce a rendere questo variegato ventaglio emozionale con una straordinaria economia di mezzi espressivi: microfisica dei movimenti facciali, gesti sfacciati eppure contenuti, quasi a nascondere dietro la fissità di una maschera il segreto indicibile che solo nel finale verrà – letteralmente – a galla.

Gli stranieri hanno apprezzato e lodato. Hanno amato il vitalismo esuberante del film e della sua protagonista. Uma Thurman, presidente della Giuria della sezione Un certain regard del festival di Cannes, ha assegnato a Jasmine Trinca il premio come miglior attrice della sezione. Meritatissimo. Solo alcuni italiani hanno arricciato il naso. Hanno detto che sì, però… che certo, ma insomma… Grifagni. Giudicanti. Anaffettivi. Incapaci di entrare in empatia col personaggio, troppo preoccupati del loro ruolo di giudici inappellabili. Perché questa diffidenza? Forse perché non c’è quella retorica della marginalità che piace tanto a certi pensosi critici engagés. Perché non c’è nostalgia di neorealismo. Perché non ci sono coatti, ragazzi di vita, derelitti. Perché c’è gente semplice con sogni semplici, piccolo-borghesi quasi (che c’è di più piccolo-borghese di un negozio da parrucchiera?), ci sono solitudini normali (solo arabi e cinesi, a Tor Pignattara, sono ancora comunità, gli indigeni sono monadi condannate all’isolamento).

C’è la nuda vita. Ma con tutta la sua dignitas e anche con una buona capacità di rendere sullo schermo la cognizione del dolore. Fortunata è spavalda nella sua dolce sguaiatezza. E forse è questo che non piace agli apocalittici del reale. Che sorrida e scelga di vivere, nonostante tutto, anche quando è morta dentro, come nella canzone di Vasco che accompagna i titoli di coda.

Bisogna essere grati a Jasmine Trinca, Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini e a tutti gli altri non solo per averci regalato un bel film, ma anche per aver fatto venire a galla, una volta di più, il paradosso per cui tanti italiani non riescono a digerire il fatto che gli stranieri possano amare qualcosa di noi. A cominciare dal sanguigno e vitalissimo personaggio di Jasmine Trinca, che solo nel finale riesce a smettere di essere la negazione vivente e antifrastica, ma non rassegnata, del nome che le è stato dato.

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