I figli della notte – La produzione di Gregorio Paonessa e Marta Donzelli

di Gianni Canova

Uno dei problemi cronici del cinema italiano è che non ha quasi mai saputo raccontare la borghesia. Forse perché siamo un paese in cui non esiste una borghesia degna di questo nome, forse perché non abbiamo mai avuto una grande letteratura borghese (dove sono da noi i Balzac, gli Ibsen, i Thomas Mann, con i loro capolavori?), fatto sta che il nostro cinema – se si escludono Antonioni, Ferreri e pochi altri – ha quasi sempre evitato di misurarsi con l’arduo compito di mettere in scena splendori e miserie di questa classe sociale.

 I figli della notte, esordio alla regia di Andrea De Sica (nipote del grandissimo Vittorio e figlio di Manuel, il compositore scomparso nel 2014), va invece in controtendenza e sceglie un impianto decisamente di genere, fra l’horror e il noir, per raccontare – appunto – un caso esemplare e inquietante di formazione della classe dirigente borghese. Merito, prima di tutto, di una piccola casa di produzione – la Vivo Film di Gregorio Paonessa e Marta Donzelli – che negli ultimi anni si è sempre più caratterizzata per la coerenza e il coraggio con cui ha creato e sostenuto progetti fuori dal coro con film quali Via Castellana Bandera di Emma Dante, Vergine giurata di Laura Bispuri e ora, appunto, I figli della notte.

Perché si tratta di un progetto coraggioso? Per vari motivi che ora provo a sintetizzare.

Primo. Perché sceglie di fare della notte e del buio i veri protagonisti della messinscena. Il che significa che la fotografia è tanto attratta dall’ombra che è praticamente impossibile vedere il film su un tablet o su uno smartphone, in condizioni che non siano di totale oscurità. Più di tante polemiche sterili sull’opportunità di vedere i film in una sala cinematografica, questo è un film che ha bisogno della sala come un ciclista della bicicletta. Un film che galleggia nel buio, che sceglie spesso inquadrature totalmente nere, con qualche brandello di volto o di corpo che affiora e subito scompare di nuovo nella notte visiva, raccogliendo in modo esemplare la grande lezione fotografica del noir classico americano.

Secondo. I figli della notte ha il coraggio di scegliere una scrittura di genere in una cinematografia ossessionata dal feticismo autoriale e dal totem del reale. Paonessa e Donzelli scelgono cioè di produrre un film che al di là dei palesi riferimenti cinefili – dai corridoi kubrickiani dell’Ovelook Hotel di Shining ai postriboli rossastri di certo David Lynch – mescola noir, horror e fantasy per realizzare un bildungsromanun romanzo di formazione – che ha una ferocia e una lucidità davvero rare nel cinema italiano. Per imparare a comandare bisogna prima imparare ad obbedire: nella sua immediatezza, è un messaggio tanto più forte quanto più veicolato secondo modalità narrative che non sono quelle canoniche del cinema d’autore.

Terzo. Perché usa in maniera intrigante il contributo di Film Commission e enti territoriali (in questo caso Bolzano e l’Alto Adige) per individuare una location di grande suggestione come il Grand Hotel Dobbiaco, costruito nel 1878. Con le sue imponenti architetture asburgiche e geometriche, fatte di linee rette, corridoi rettilinei e prospettive regolari, genera un attrito con i labirinti interiori in cui si dibattono i personaggi, sia i rampolli della classe dirigente che lì vengono allevati nel culto dell’ordine e della disciplina (niente internet, solo mezz’ora di cellulare al giorno, regole severissime) sia gli educatori, spesso persi dietro loro oscuri fantasmi mentali.

Quarto. Perché mette in scena un percorso di formazione della classe dirigente borghese che ha una forza e una profondità che io personalmente non ricordavo da quando ho visto Nel nome del padre di Marco Bellocchio o ho letto L’infanzia di un capo di Jean Paul Sartre. Nel modello educativo immaginato da Andrea De Sica tutto è previsto: la regola e l’eccezione, la disciplina e la trasgressione, lo sport e il postribolo, il marketing e la prostituzione. Anche quando credono di evadere dal collegio e di infrangere la legge, gli allievi in realtà non fanno che percorrere un sentiero previsto e controllato dai loro “educatori”. Se vuoi diventare un capo, devi essere addestrato a tutto. Devi provare tutto. Devi saper rispettare l’ordine, ma devi anche avere il coraggio di infrangerlo.

Rispetto a certe facili allegorie del potere che il cinema italiano talvolta ha messo in scena con eccessiva facilità, qui siamo di fronte a una visione matura, forte e problematica al tempo stesso: il potere è educazione al cinismo e all’inganno, è capacità di rompere l’ordine e – soprattutto – di addossare sempre la colpa agli altri. Quando il giovane protagonista riesce a fare questo, è pronto per uscire dal collegio e per andare a comandare nel mondo. È cinico, falso e spregiudicato come il suo mondo (il nostro?) vuole che sia. Missione compiuta: il suo “educatore” (interpretato da Fabrizio Rongione, attore feticcio dei fratelli Dardenne) può sdraiarsi a prendere il sole a bordo della piscina, nella prima inquadratura solare di tutto il film. La notte è finita, ora – con la nascita di nuovo ”capo” – torna finalmente (finalmente?) la luce.

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