Faye Dunaway a Locarno66: “ll buon cinema anticipa la realtà”

di TBWA-admin

Tre nomi bastano a inquadrarla: la leggendaria Bonnie Parker di Gangster Story, la memorabile Evelyn Mulwray di Chinatown e la rigida Diana Christensen di Quinto potere. In altre parole: Faye Dunaway, che ha travolto la platea di Locarno 66 con il suo carisma e il suo charme di diva evergreen.

Fan sfegatata di David Fincher (“Avrò visto il suo Zodiac più di una ventina di volte”), inteprete convinta che “senza studiare non si diventa nessuno”, dichiara subito i suoi due maestri. Primo su tutti Elia Kazan: “Mi ha insegnato a lavorare, e prima ancora a pensare. Prima di Il compromesso mi aveva diretto a teatro, e scoprii subito un artista sensibile, al di là del suo credo politico che a me non è mai interessato, perchè eravamo legati, io e lui, molto a fondo”. Un altro mito da cui confessa di aver imparato parecchio è  Marlon Brando: “Un uomo che ha dato un enorme contributo all’arte della recitazione, e io non smetterò mai di essergli grata: era divino, un artista vitale e pieno di emotività, e anche un tipo molto divertente”.

Sollecitata dalle domande della platea, passa in rassegna tutti i ruoli che hanno fatto grande la sua carriera, e in particolare: “Bonnie: io ero lei, sono così legata a quel personaggio… Forse perchè anche io provengo da una modesta comunità nel sud della Florida, dove si corre dappertutto senza andare davvero da nessuna parte. Come me, Bonnie era una che tentava di sfuggire al proprio destino, certo facendo delle scelte sbagliate. Ma ricordo di averla interpretata con grande piacere, e poi con costumi mozzafiato: che artista meravigliosa Theadora Van Runkle!”.

Completamente diversa, invece, la sua Evelyn di Chinatown: “Una delle donne più fragili mai interpretate, tormentata da un segreto e da un passato tenebroso di cui prova vergogna. Mi concentrai parecchio sulle sue nevrosi, sulle sue debolezze anche inconsce. E poi da donna di campagna quale ero, mi chiamarono a fare la sofisticata e fu una bella sfida, con una sceneggiatura perfetta”.

Ricorda, infine, come profetico il memorabile Quarto Potere: “In effetti nella realtà si è verificato tutto quello che Sidney Lumet aveva predetto, era già un film sulla crisi della modernità che viviamo oggi. Ed è stato per me molto significativo interpretare una donna anaffettiva, che vive solo per l’universo televisivo senza avere relazioni vere al di fuori”.

In chiusura, svela di lavorare ad un progetto che riguarda un’altra icona intramontabile, Maria Callas: dopo averla portata per un anno a teatro, ora vorrebbe farla arrivare sul grande schermo, dirigendo un film su di lei. “Maria è un personaggio che ammiro enormemente: sta all’opera come Fellini sta al cinema. Ha rivoluzionato un’arte e avuto una vita tragica, pur avendo un talento straordinario. Mi preme raccontarla e renderle in un certo senso giustizia, tanto che in barba a problemi con gli studios ho deciso di comprarne i diritti di tasca mia e farla arrivare lo stesso al cinema”.

Di Claudia Catalli per Oggi al Cinema
[Foto © Festival del film Locarno _ Sailas Vanetti]

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