Fai bei sogni – La fotografia di Daniele Ciprì

di Gianni Canova

L’Italia degli anni Sessanta era un paese in bianco & nero. Il colore sarebbe arrivato dopo. Paradossalmente, durante quelli che un po’ frettolosamente sono stati definiti gli “anni di piombo”. Solo lì, nei Settanta, con l’avvento della televisione a colori, con l’apparizione delle tinte fluorescenti di Fiorucci, con le copertine sgargianti dei 33 giri di vinile, il colore avrebbe fatto irruzione nelle case e nell’immaginario degli italiani. Il decennio precedente è invece ancora segnato dalla “scarsità” del colore. Ed è proprio questa tendenziale acromìa, questa desaturazione cromatica, che Daniele Ciprì cerca di far rivivere sullo schermo fotografando l’infanzia del protagonista di Fai bei sogni di Marco Bellocchio: in un elegante appartamento torinese della seconda metà degli anni Sessanta il piccolo Massimo vive in simbiosi con la madre, ballando con lei il twist e guardando insieme in Tv Canzonisisma o Belfagor, il fantasma del Louvre (la serie televisiva di culto, di origine francese, trasmessa a puntate dalla Rai nell’estate del 1966), in immagini che hanno non solo il pallore sbiadito del ricordo, ma anche un grigiore davvero epocale. Come se le tonalità grigie di Belfagor fossero uscite dal tubo catodico e avessero avvolto il mondo: un grigio piatto e nevoso, dove le luci sono precarie e spesso esterne, e dove solo i momenti di serenità con la madre (la scena del twist) acquistano un po’ di colore. Color panna, color crema. Ma poi, ancora, il grigio bluastro un po’ ovunque. Perché nel film di Marco Bellocchio, quel grigio è anche il colore del lutto: la madre del piccolo Massimo muore infatti all’improvviso quando lui ha solo nove anni, generando un trauma che si porterà dietro (e dentro…) per tutta la vita. La scena-madre, quella in cui la donna, poco prima di morire, entra nella stanza del figlio che dorme, lo accarezza e gli sussurra “Fai bei sogni”, ha una potenza visiva quasi caravaggesca. Ciprì avvolge tutto nel buio, un buio spesso e nero come l’inchiostro, lasciando solo qualche labile traccia di visibile, e facendo in modo che quel buio oscuri non solo lo sguardo, ma anche l’anima. Non è tutto così il mondo che Ciprì mette in scena: nel raffinato gioco di flashback che orchestra il racconto, nel suo oscillare fra piani temporali diversi, c’è spazio anche per le luci ambrate della nostalgia, per le luci livide della trasferta a Serajevo come cronista di guerra, per le luci elettriche della scena in discoteca (qui ormai siamo negli anni Novanta…), ma sempre con un’immagine in bianco & nero sullo sfondo (in questo caso, il Nosferatu di Murnau). Daniele Ciprì, direttore della fotografia di tutti i film di Bellocchio dai tempi di Vincere, oltre che regista in proprio (E’ stato il figlio, La buca) trova in Fai bei sogni una misura e una potenza espressiva praticamente perfette: la fotografia fa vivere i tanti fantasmi che popolano il mondo di Bellocchio, e trova per ognuno di essi (il fantasma Belfagor, il fantasma della squadra di calcio – il Grande Torino – precipitata in aereo a Superga nel 1949, il fantasma della guerra nella ex-Jugoslavia, il fantasma della madre…) le tonalità e le luci più appropriate. Quanto al “buco nero” del film (quella morte della madre che viene giustamente relegata nel non visto e nel non visibile). Bellocchio e Ciprì scelgono di “riempirlo” con la forza del cinema e con la potenza delle immagini di altri film. Bisogna allora guardare (e Fai bei sogni questo ce lo fa vedere…) cosa fa la protagonista di Cat People di Jacques Tourneur e soprattutto cosa fa Juliette Greco nel finale di Belfagor per trovare la “chiave”, e per cercare di capire cosa è successo davvero quella notte, e cosa si è spezzato nel cuore di una madre in un grigio appartamento borghese della Torino degli anni Sessanta.

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