Elle – La recitazione di Isabelle Huppert

di Gianni Canova

Un mostro.
Appena partono i titoli di coda sull’immagine di lei (Elle/Michèle) che si allontana di spalle nel viale del cimitero, all’improvviso ho pensato questo. Un mostro.
Ho capito. Credo di aver capito. Per tutto il film non avevo smesso un solo istante di interrogarmi sull’ambiguità sfuggente del personaggio interpretato da Isabelle Huppert.
Oscillavo fra attrazione e repulsione. Tra fascinazione e disgusto.
Poi, a illuminarmi, è arrivato il sorriso con cui, nel sottofinale, lei ha reagito alla morte…non posso dirvi di chi, diciamo dell’ultimo dei tanti morti che punteggiano la storia e le imprimono il suo ritmo.
Lei – dicevo – sorride. Un sorriso enigmatico, indecifrabile, sfuggente.
Non si capisce se di sgomento o di godimento.
Di dolore o di piacere. Di perdita o di conquista.
Quello – mi sono detto fra me e me – è il sorriso di una Monna Lisa amorale.
È il cinismo fatto sorriso. E’ un sorriso mostruoso.
Ma nel senso etimologico del termine: per i latini, monstrum implicava un prodigio: qualcosa capace, al tempo stesso, di sedurre e di inquietare, di attrarre e di spaventare.
Elle/Michèle è un personaggio di questa natura.
È mostruosa proprio a partire da questo punto di vista: ci piace e ci fa orrore.

Figlia di un “mostro” (suo padre è in galera perché ha massacrato, apparentemente senza motivo, decine e decine di persone, molte delle quali ancora in età infantile) e madre di un inetto, rampante produttrice di videogiochi violenti per un mercato assetato di emozioni forti, lei incarna l’insostenibile leggerezza della mostruosità.
Il mostruoso del quotidiano. O la quotidianità del monstrum.
La sua – come dire – “normalità”.
Perché tutto sembrerebbe normale nel comportamento di Elle/Michèle: normale il cinismo con cui tratta gli uomini (il figlio, l’amante, l’ex-marito), normale il sistema di relazioni con i colleghi, normale l’astio e il conflitto con la figura della madre.
“La vergogna – dice a un certo punto – non è un sentimento così forte da impedirci di fare di tutto”. Elle/Michèle non crede più in niente.
Forse per reazione al trauma che l’ha vista protagonista, accanto al padre, quando aveva solo dieci anni, vive in una condizione di distacco anempatico totale.
Solo la violenza la eccita. E lei si lascia eccitare volentieri.
Anche quando la subisce.
Tanto che il film inizia con una scena di stupro disturbante, osservata con gli occhi distaccati del gatto di casa.
Ma quando lo stupratore si alza e si allontana, e la lascia lì, sdraiata sul parquet, lei si alza a sua volta e reagisce come se nulla fosse. Si fa un bagno e ricomincia la sua vita come prima.
Come se il male fosse connaturato all’esistenza, e lei non potesse farci niente.
O come se avesse goduto nel subirla, la violenza.
La “normalità” del Male.
La malvagità del mondo, e dell’umano. Se Elle è un film forte, potente e disturbante come di rado capita di vedere, lo è prima di tutto proprio per questo: i personaggi sono tutti “mostri”, ognuno a suo modo. Non si salva nessuno.
Ma Lei è la loro indiscussa regina.
E lo è grazie alla performance di Isabelle Huppert.
Guardate come gioca di sottrazione. Come abbassa i toni. Come raffredda.
Come fa o dice cose terribili o ignobili come se fossero la più ovvia normalità. Con un sistema di gesti ridotto all’osso, e una mimica facciale quasi impenetrabile, volutamente enigmatica e insondabile, la Huppert dà al suo personaggio quell’indecidibilità che ne fa – appunto – un prodigio e non un freak.
Grazie a lei, Paul Verhoeven firma il suo film più bello e più forte dai tempi di Basic Instinct, e torna all’altezza dei suoi esordi olandesi (Fiore di carne, Il quarto uomo) per la capacità che mostra di indagare le dinamiche e i fantasmi del desiderio.
Nessuna attrice hollywoodiana avrebbe saputo reggere un personaggio così.
Quanto all’Italia, temo che un film così, da noi, non sarebbe mai neppure entrato in produzione.

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Francesco Pietroluongo 8 mesi fa

Gentile Mr Antonio Canova, apprezzo la sua arte oratoria da tanti anni. Una domanda relativa a questo suo articolo e alla "recitazione " di Isabelle Huppert: quando lei parla, appunto di "recitazione" si riferisce alla versione originale francese o a quella italiana doppiata da Michèle Leblanc? Perché elogiare la recitazione del doppiatore ci può stare, ma una Candidata agli Oscar come Miglior Protagonista Femminile merita di essere valutata per la sua interpretazione in lingua originale sebbene a volte può capitare che la versione doppiata sia migliore di quella originale. Un caro saluto Francesco, appassionato/malato di cinema in lingua madre :)

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