Dunkirk – Il montaggio di Lee Smith

di Gianni Canova

 

Con Christopher Nolan collabora ininterrottamente dai tempi di Batman Begins (2002). Per lui ha montato alcuni dei titoli imprescindibili del nuovo millennio, da Il cavaliere oscuro a Inception, via via fino a Interstellar e Dunkirk. Ma Lee Smith (australiano, nato a Sidney nel 1960) è stato anche un fedele collaboratore di Peter Weir, per cui ha montato The Truman Show e Master & Commander, che gli è valso una meritatissima nomination all’Oscar.

 

In Dunkirk il suo apporto è decisivo, come lo è – del resto – quello dell’autore della colonna sonora Hans Zimmer. Bisogna ribadirlo ovunque possibile: se Dunkirk è un distillato purissimo di cinema-cinema, e si offre al nostro sguardo come esempio strabiliante di “film sperimentale di massa”, lo si deve anche alla lucidità e alla fermezza con cui Christopher Nolan, regista e sceneggiatore, è riuscito a mettere insieme e a guidare un team in cui ogni singola professionalità riesce a dare il massimo e a imprimere anche il proprio marchio creativo sulla riuscita dell’opera.

 

In Dunkirk Lee Smith aveva di fronte una sfida quasi impossibile. Doveva riuscire a far convivere e coesistere nel tempo del racconto (106 minuti) tre azioni immaginate e narrate con un respiro e una durata temporale diversa: l’azione di terra (che dura una settimana), l’azione di mare (che dura un giorno), l’azione di cielo (che dura un’ora). Dunkirk è costruito così: sceglie tre “postazioni” (il molo, il canale della Manica, il cielo sopra il mare), le collega a tre punti di vista privilegiati e le mette in scena comprimendo nello stesso tempo diegetico tre azioni di durata differente. Come dire: un unico evento (la ritirata di 400.000 soldati inglesi e francesi dopo una disfatta militare subita dall’esercito tedesco) viene diviso in tre azioni di durata diversa, tutte e tre compresse nel medesimo racconto.

Lee vince la sfida. Vedendo Dunkirk hai la percezione netta che i soldati sulla spiaggia restano lì molto più tempo di quello che serve all’aviatore per portare a termine la sua missione in volo, eppure – accanto alla differente durata – percepisci anche il fatto che tutti i personaggi condividono la medesima condizione, che tutti compartecipano alla medesima ritirata, che tutti vivono nel medesimo “istante”. Rendere visibile la differenza nella contiguità, e la simultaneità nella diversità: questo è il miracolo ritmico e visivo che Lee Smith riesce a realizzare, dando a Dunkirk quell’energia al contempo cruda e dolente che contagia anche noi spettatori, coinvolgendoci e al tempo stesso disorientandoci.

Ma il lavoro sul tempo, e la capacità di visualizzare i differenti archi temporali nello stesso spazio, non è l’unico merito del montaggio di Lee Smith: l’altro consiste nella precisione e nell’intensità con cui riesce a connettere i destini individuali con il dramma collettivo, alternando sapientemente inquadrature in primo e primissimo piano con altre in campo lungo e lunghissimo, dove il rapporto tra figura e sfondo – tutti sempre perfettamente a fuoco – rende plasticamente percepibile la dimensione contemporaneamente individuale e corale della tragedia in atto. Con la vibrante colonna sonora di Hans Zimmer, con i suoi archi tesi allo spasimo, e con i suoi stridenti clangori metallici, il montaggio di Lee Smith dà a Dunkirk una statura epica e contribuisce a rilanciare la capacità del cinema di dare forma al mondo raccontando sia la disperata volontà di sopravvivenza dei singoli sia l’eroico desiderio di riscatto di un popolo.

Quando il cinema fa questo, quando sa essere così tumultuosamente presente nel cuore della Storia, allora è davvero più grande della vita.

 

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