Dogman – Il casting di Francesco Vedovati

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 1 minuti

C’è un buco nero nel cuore di Dogman.

Tecnicamente è un’ellissi. Un salto temporale.

Si verifica più o meno a 2/3 del film.

Vediamo il protagonista Marcello/Dogman che entra in carcere.

È inquadrato frontalmente, mentre avanza fra gabbie e inferriate, tenendo sulle braccia le coperte e le lenzuola per la sua branda. All’improvviso lo schermo va a nero e in basso a destra appare la scritta: “Un anno dopo”.

Non ci viene detto cosa ha fatto Marcello in quell’anno. Né cosa gli è successo.

Ma noi lo sappiamo. Un po’ perché sappiamo cosa accade nelle carceri ai “candidi” come lui. Un po’ perché mentre lui avanzava verso la sua cella abbiamo visto gli altri detenuti reclusi nel suo braccio. Li abbiamo visti soltanto, ma è bastato: un campionario di umanità feroce e incrudelita, con corpi scolpiti, crani rasati, bicipiti forzuti, muscoli tesi e sguardi saturi di rancore e di furore.

Se Dogman è un grande film, ed è capace di portarci così in là nell’esplorazione dei confini estremi dell’umano, fin dentro gli abissi assoluti della solitudine e della sopraffazione, là dove l’umano si compie cessando di essere tale, se trasmette sottopelle un disagio e uno sconforto come raramente capita al cinema, è anche merito di un casting perfetto anche nei minimi dettagli. Anche nella scelta delle comparse che fanno i carcerati. Ma anche – paradossalmente – nella scelta dei cani, dei pitbull e degli alani, dei molossi e dei barboncini sui cui il protagonista – molto lontanamente ispirato al caso di cronaca nera noto come il “canaro della Magliana” – riversa tutto il suo disperato bisogno d’amore. Francesco Vedovati – già casting director di film come Jeeg Robot, Pericle il nero e Fortunata – non sbaglia un ruolo, e trova la faccia giusta per tutti i personaggi. Prendete un attore come Edoardo Pesce, che nel film interpreta il ruolo di Simone, l’ex-pugile violento e brutale che sottomette e brutalizza il timido Marcello. Tutto coca, muscoli e violenza, si aggira nello squallore del quartiere in riva al mare dove annaspano vite disperate come la sua, fra scatti d’ira ed esplosioni di violenza. Come quando distrugge a testate la slot machine che in pochi minuti ha inghiottito tutti i suoi denari. Il suo modo di camminare, di afferrare gli avversari per il collo, il suo sorriso ebete, le sue furie esplosive, sono l’effetto di una recitazione che provvede a rimuovere ogni traccia di umanità dal personaggio, come in una sorta di scrub di tutte le scorie di quella che un tempo era la vita civile. È una macchina da guerra, il personaggio di Simone. Un pitbull da combattimento. Con la differenza che i pitbull si possono educare (Marcello lo fa…), gli umani come Simone no.
Edoardo Pesce è interprete dotato di grande tecnica e anche di notevoli capacità proteiformi: lo ricordiamo anche solo in La verità vi prego sull’amore, dove era una sorta di orso buono dal cuore d’oro, bidello di professione, poeta per passione e baby sitter per vocazione, o anche in Fortunata di Sergio Castellitto, dove interpretava una scena di una violenza inaudita e animalesca (“È un mio cazzo di diritto!”, urlava furente mentre stuprava da dietro la moglie interpretata da Jasmine Trinca). Ma poi trovava anche accenti di umanità dolente che ce lo facevano sentire più empatico del personaggio “civile” ma subdolo interpretato da Stefano Accorsi. Qui, in Dogman, non c’è traccia di empatia. Qui non proviamo mai quella sorta di creaturale solidarietà che in genere si prova nei confronti delle vittime. Sappiamo e sentiamo che anche lui è una vittima, e tuttavia lo detestiamo, ne facciamo il parafulmine su cui riversare tutto il nostro disagio. È l’attore che riesce a fare del suo corpo il parafulmine: e tuttavia il film non scarica il Male su di lui. Il Male è lì, palpabile, tra la sabbia e il fango, le pozzanghere, i palazzi lebbrosi, il cemento e il ferro, le piste di coca, il sangue che scorre, la degradazione lurida di vite sbagliate e di esistenze perdute.
Vite da cani? No, vite da umani.
I cani, nel film, hanno una loro dignità. Imparano dagli errori. Ringhiano ma non mordono. Gli umani invece mordono soltanto. Feriscono. A volte uccidono.

Guardate i volti che Vedovati ha convocato nel cast, da Adamo Dionisi nella parte del titolare del negozio ComproOro collocato proprio accanto alla toelettatura per cani di Marcello, via via fino a Francesco Acquaroli (il titolare della sala giochi) o a Gianluca Gobbi (il ristoratore del quartiere): come usciti da un film di Pasolini, ma 50 anni dopo, scontano fin dalle facce un destino che li condanna all’assoluta marginalità. E tuttavia sono loro a dare forza e tenuta al film. Perché senza di loro, senza quelle facce, Dogman sarebbe una sorta di fiaba iperreale su un caso di efferata patologia umana. Invece quei volti, quel cast, quell’insieme di facce e di vite, fanno sì che Dogman si collochi senza tentennamenti non dalla parte della patologia ma sul piano della socio-antropologia. Che ci dica cioè qualcosa di profondo non su un paio di “mostri” ma su quel modo d’essere (un vero inestricabile impasto di solitudini, rabbie, rancori e bisogno d’amore) che sta diventando – purtroppo – il segno distintivo di quella che un tempo chiamavamo “società”.

Tags

, , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema