Dobbiamo parlare – La sceneggiatura di Rubini, Cavaluzzi e De Silva

di Gianni Canova

Quando la si pronuncia, la frase che dà il titolo al nuovo film di Sergio Rubini, c’è di che preoccuparsi. “Dobbiamo parlare” è quasi una dichiarazione di guerra. Perché quando si sente il bisogno di usare le parole per comunicare, quando si ha urgenza e necessità delle parole, si parla e basta. Senza annunci, senza trombe, senza proclami. Se si dice invece che “dobbiamo parlare”, quell’annuncio è quasi una minaccia. Prelude a uragani verbali, a tifoni idiomatici, a tsunami lessicali. Cosa che puntualmente accade anche nel film di Sergio Rubini. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Rubini in collaborazione con Carla Cavaluzzi e Diego De Silva, gioca tutto su una sorta di metereologia delle parole. Le parole sono fiumi in piena, rivoli scroscianti, tempeste e grandinate. A tratti l’uragano si affievolisce, diventa pioggerellina sottile, poi le gocce ricominciano a pungere e a mordere, finché non riprendono a cadere con furia e con violenza. Sono le parole le vere protagoniste del film. Due dei quattro personaggi, non a caso, sono professionisti della parola (Rubini è uno scrittore affermato, la Ragonese è non solo la sua compagna ma anche la sua ghost writer), un terzo (Bentivoglio) scrive una lettera con parole sarcastiche da consegnare alla moglie (Maria Pia Calzone), la quale a sua volta usa le parole come armi per annientare i discorsi e le convinzioni del marito.

Se vi viene in mente Carnage di Roman Polanski, avete ragione solo in parte. Perché è vero che anche qui ci sono due coppie chiuse in una casa borghese, intente a massacrarsi verbalmente per tutta la notte. Ma la differenza è che là, in Polanski, i personaggi litigavano a partire dai figli, qui invece lo fanno a partire da se stessi. Non ci sono figli di mezzo, qui. Non c’è nulla di nulla se non l’ego dei quattro protagonisti, tutti intenti – ognuno a suo modo – ad affermare se stesso e i propri improcrastinabili bisogni nell’era del narcisismo di massa e del solipsismo dilagante. Due uomini, due donne: mentre le parole scorrono e raspano, crollano le maschere, si sciolgono i trucchi, e tutti si ritrovano – a turno – al cospetto dell’inconsistenza della propria identità. La sceneggiatura è abilissima nel pompare energia (verbale ma anche emozionale e passionale) prima in una coppia e poi nell’altra. All’inizio è la coppia di destra (Bentivoglio/Calzone) a mettere in scena con rabbia la fine del proprio rapporto davanti alla coppia di sinistra (Rubini/Ragonese) che assiste al litigio come fosse a teatro, poi i ruoli si invertono e quelli che erano spettatori diventano attori relegando gli interpreti della prima parte al ruolo di chi assiste ed osserva. Giochi di ruolo, scambi di parte. Simmetrie e ripetizioni. Crolli. La parola pulsa, gonfia, graffia, preme. La parola ferisce. La parola circola e sfregia. I quattro personaggi si odiano, ma non saprebbero fare a meno gli uni degli altri: “Voi ci tenete tanto a frequentarci perché non sapete parlare e lo fate attraverso di noi”, si dicono.

A poco a poco, mentre si celebra la tragicommedia del disamore, le mitragliate di parole escono dall’ambito strettamente privato e finiscono per disegnare – loro malgrado – un paesaggio pubblico: nella crisi di queste due coppie, nel loro rinfacciarsi i reciproci tradimenti, nel loro stare aggrappate a identità fittizie, nel loro assoluto bisogno di maschere, si delinea in filigrana un ritratto impietoso dell’Italia di oggi. Che assomiglia molto all’attico in affitto dove vivono Rubini e Ragonese: un appartamento di rappresentanza dove non funziona più nulla (lo scaldabagno non scalda, la pioggia entra dagli infissi, l’impianto elettrico va in cortocircuito…). Alla fine della notte, quando la luce dell’alba illumina di nuovo i tetti di Roma, uno dei quattro riesce a rompere il cerchio. Ha la forza di farlo. Di spezzare i giochi di ruolo, di chiamare un taxi e andare via. Bel gesto, gesto di speranza. Gesto che consente anche allo spettatore di allentare il cappio o il nodo scorsoio che si sentiva intorno alla gola, e di aprire gli occhi sperando che da qualche parte torni la luce. Finale ottimista? Così così. Ne dobbiamo parlare…

Alcune immagini dal film:

Alcune clip del film:

Tags

, , , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Simone Cinelli 2 anni fa

Molto bello!

Giovanni Di Gregorio 2 anni fa

mi è pasciuto!

Segui welovecinema

We Love Cinema