Da Venezia a Roma per raccontare iI cerchio della vita

di TBWA-admin

Il grande raccordo anulare come “luogo di astrazione”. Ce lo propone così Gianfranco Rosi nel terzo e ultimo film italiano in concorso Sacro Gra, raccontando e incrociando storie diverse, tutte nella location di quello che definisce “un anello di Saturno che circonda Roma, un cerchio che dovevo riuscire ad aprire per guardarci attraverso”. Da un nobile caduto in rovina a  un palmologo che dichiara guerra spietata a parassiti, da due amiche che condividono una roulotte a un attore di fotoromanzi, passando per il tenero barelliere Roberto e l’ultimo anguillaro di Roma, dall’umorismo irresistibile.

“I luoghi intorno al raccordo sono luoghi di attesa: quello che li accomuna è il legame profondo con il passato quasi resistenze antropologiche di un mondo che non c’è più”. Il film arriva alla fine di un lungo percorso di ricerca, 200 ore di girato in due anni passati con un mini-van sul Raccordo, per raccontare storie nel raggio di un chilometro al massimo, eliminando quartieri e zone riconoscibili. E disorientare anche “il romano puro e trasformare tutto in luogo ipotetico”.

“È stata la sintesi di un lungo percorso di avvicinamento, il grande investimento è stato il tempo”. Particolare soddisfazione gli deriva dai dialoghi del film: “Sarei un pessimo scrittore, qui invece ho dialoghi degni da premi Oscar: la forza del documentario sta tutta nell’ascolto e nella scelta”.

Conclude citando due nomi di documentaristi famosi, per un personale “amo et odio” finale: “Non sopporto Michael Moore, adoro Frederik Wiseman“.
E un rimpianto: “Mi è dispiaciuto non concentrarmi troppo sulle storie di giovani, ma forse ci sarebbe voluto un altro anno, poi il budget del film era molto basso”.

Di Claudia Catalli per Oggi al Cinema

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