Collateral Beauty – La recitazione di Will Smith

di Gianni Canova

 

Catatonico? Forse. Monocorde? Anche.

Ma quasi inevitabilmente. Necessariamente.

Perché Howard Inlet, il personaggio interpretato da Will Smith in Collateral Beauty di David Frankel, è uno di quelli che hanno subìto un danno irreparabile dalla vita: la morte tragica dell’amatissima figlia di sei anni.

Un K.O. che ti lascia tramortito e attonito, quasi incapace di elaborare una qualsiasi reazione.

Da allora, da quell’evento traumatico, Howard è come paralizzato: sguardo fisso e perso nel vuoto, spalle curve, andatura da zombi.

Ex-pubblicitario di successo (“un filosofo del brand”, viene definito all’inizio), passa le sue giornate a collocare migliaia di tesserine del domino fino a costruire castelli ed edifici colorati che poi distrugge facendo cadere una sola tesserina che provoca a cascata la caduta di tutte le altre.

Solo quando inforca la bicicletta e pedala contromano per le strade di Manhattan luccicanti per le luminarie natalizie Howard sembra ritrovare un po’ di energia. Ma è energia autodistruttiva.

Come se, avendo visto la morte passargli accanto, Howard la cercasse in ogni attimo della sua vita. Al punto che un giorno lei – la Signora – si materializza davanti ai suoi occhi e gli parla.

Un allegoria? Non proprio. Piuttosto, una simulazione.

La Morte è interpretata da un’attrice (Helen Mirren) assoldata dai soci di Howard per produrre una scossa nella sua apatia e indurlo ad uscire dalla sua catalessi prolungata.

Per la verità, i soci dell’agenzia di Howard di attori ne hanno assoldati tre: oltre alla Morte, hanno anche scritturato anche un attore che interpreta il Tempo e un’attrice che interpreta l’Amore.

Sono i tre concetti filosofici che Howard ritiene essere il cardine dell’esistenza, tanto da scrivere proprio a loro desolate lettere sulla condizione umana.

Soggetto ambizioso? Non c’è dubbio. Ma di fronte a tanti film piccoli piccoli, che si accontentano del minimo sindacale e che non riescono a sollevarsi neanche 2 centimetri da terra, ben venga un film che vola alto, e che fa della Morte il personaggio principale.

Perché non è Harold Intel il protagonista di Collateral Beauty. E’ lei, la dolce signora di Helen Mirren: lei che pronuncia la battuta-chiave del film (quella sulla “bellezza collaterale”), lei che gode nell’apparire e sparire, lei che recitando la Morte sente di realizzare finalmente la sua carriera di attrice: Grotowski puro, come dice lei stessa.

La recitazione che si mescola con la vita. La vita come recitazione. Perché Collateral Beauty è un film sulla recitazione. Recitano tutti. Recita la donna misteriosa che accoglie Howard nel gruppo d’ascolto “Piccole ali”(perché recita? Lo scoprirete nel finale…). Recitano i soci di Howard, preoccupati per la sorte dell’agenzia ma anche per i propri destini personali. Recitano gli attori pagati 20.000 dollari a testa per interpretare, appunto, il Tempo, la Morte e l’Amore. Recitano e fingono, fingono e simulano. Ingannano. L’unico che non recita, paradossalmente, è lui: Howard.

Guardate la semiotica dei suoi gesti: all’inizio, nella prima scena del film, congiunge le mani. Un gesto che esprime la sicurezza del manager convinto di avere in mano il mondo. Non lo farà più, quel gesto, se non nel finale, quando ritroverà un rapporto umano e un senso del suo stare al mondo.

Per il resto, la recitazione di Will Smith è davvero minimalista: pochi gesti (si tocca il mento, si sfrega le palpebre con le dita, si massaggia la tempia), sguardi atoni. Solo nel finale, catartico, Howard piange. E Smith è bravissimo nel riempire i suoi grandi occhi di lacrime e nel lasciare che il suo viso venga rigato dal pianto.

Amore, Tempo e Morte hanno raggiunto il loro scopo.

Hanno trovato per lui un copione che lui riesce a recitare. Così appaiono per un attimo sul ponticello sopra il parco in cui Howard passeggia nella scena finale e poi subito scompaiono.

E’ il destino degli attori: creano fantasmi (i personaggi) che spariscono quando non servono più. Quando il copione è finito, e la recita confluisce nella vita. Che sia quella del nostro essere tutti attori la “bellezza collaterale” a cui si intitola il film?

Gianni Canova

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