Civiltà perduta – La fotografia di Darius Khondji

di Gianni Canova

Le fiaccole accese nella notte. Il fumo che offusca il cielo. Il buio. Il silenzio. Il mistero.

Sembra di essere precipitati in un “cuore di tenebra” alla Apocalypse Now, nel finale di Civiltà perduta di James Gray. Anche la pastosità fotografica dei due film si assomiglia: ma là, nel capolavoro di Coppola, Vittorio Storaro dava alle immagini la cupa energia dell’orrore e dell’imminente apocalisse al napalm, mentre qui il direttore della fotografa Darius Khondji (Seven, Amour) cerca di fa scaturire dalle immagini la solennità di un rito sacrificale.

Là, in Apocalypse Now, il mito, qui, in Civiltà perduta, il rito. Là l’orrore, qui l’ossessione. In entrambi i casi, siamo comunque dalle parti di un cinema grande, grandissimo. Cinema ambizioso come ci piace che sia, cinema ossessivo come non può non essere se vuole provare ad ossessionare anche noi.

Gray e Khondji sono andati davvero nel cuore verde della foresta amazzonica. Come già Iñárritu e il suo direttore della fotografia Emmanuel Lubezki in Revenant, anche loro hanno voluto che il film fosse prima di tutto un’esperienza, anche fisica, che li coinvolgesse direttamente.

Che li mettesse a disagio. Che li sfiancasse. Così hanno fatto. E il risultato è un film che respira alto e profondo, come facevano un tempo i grandi film d’avventura alla Zoltan Korda, e come ha fatto in tempi più vicini a noi l’inimitabile Werner Herzog con film come Fitzcarraldo e Aguirre furore di Dio.

Fin dalla prima scena (la caccia al cervo nella campagna irlandese, fra cani abbaianti e cavalli al galoppo), la fotografia di Khondji è decisiva nell’imprimere al film una tonalità luministica e cromatica davvero unica. Quasi sempre Khondji offusca l’immagine, inibisce la trasparenza, attenua la luminosità.

Fateci caso: c’è sempre come una patina, una velatura, spalmata sulla superficie del visibile. A volte è la nebbia, altre volte il fumo dei fuochi, altre ancora il gas delle trincee o la foschia dell’umidità amazzonica. L’immagine non è mai nitida, mai limpida, è spesso opacizzata. Ma proprio questo procedimento la rende se possibile ancora più ipnotica, magnetica, materica.

Film trance, film cerimoniale, Civiltà perduta applica all’ossessiva ricerca di una mitica città dell’oro nascosta nel cuore della foresta amazzonica da parte dell’esploratore britannico Percy Fawcett lo stesso processo di desaturazione del colore che Pasqualino De Santis aveva adottato per Una giornata particolare di Ettore Scola: dove c’è la luce, c’è il colore, il resto è desaturato, slavato, decolorato.

Così il film vive tutto di verdi e grigi, di neri e marroni, e ci invita a un viaggio al termine della notte in fondo al quale possiamo trovare indifferentemente l’Inferno o l’Eldorado, la cattiva coscienza dell’Occidente o la sua/nostra redenzione. Inafferrabile, labirintico, disorientante, Civiltà perduta è uno di quei film più grandi della vita che ci ricordano che c’è stato un tempo in cui andare al cinema poteva anche significare perdersi nel cuore di tenebra di un film.

Con Civiltà perduta, a questa esperienza dello smarrimento si rischia di andare molto vicini.

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