Cielo limpido sopra al Festival

di TBWA-admin

È stato un Festival al maschile, non solo per la maggioranza di presenze sul red carpet delle star hollywoodiane con giacca a cravatta. È stato un Festival delle ottime interpretazioni, meno delle scelte stilistiche o dei toni comunicativi. È stato il Festival di Clive Owen medico geniale per Soderbergh, di Richard Gere senzatetto nella New York moderna, di Ben Affleck marito accusato di omicidio, di Philip Seymour Hoffman spia solitaria nell’ultimo film interprato dall’attore di Fairport prima della sua morte (ottima la scelta degli organizzatori di omaggiarlo durante la giornata conclusiva), dei ragazzi della favelas di Trash così come degli studenti fuori sede di Fino a qui tutto bene, dell’idolo teeneager delle ragazzine, Sam Clafin e la sua interpretazione in Love, Rosie o di un sovrappeso Benicio del Toro nei panni de El Padron Pablo Escobar. Fino al commovente tributo per Tomás Milián con il premio alla carriera.

 

Dieci giorni di pellicole che hanno sottolineato l’importanza della recitazione sugli effetti speciali o la sceneggiatura. Lavori che hanno convinto il pubblico soprattutto per gli sguardi e le voci dei protagonisti. Roma ha rimesso al centro la comunicazione della parola. O quella dei silenzi. Pensiamo a Last Summer, bella opera prima dell’italiano Leonardo Guerra Seràgnoli, con una barca utilizzata come set per gli ultimi giorni di una madre prima di dire addio al figlio grazie allo splendido personaggio della giapponese Rinko Kikuchi, l’unica attrice che ha appassionato addetti ai lavori e pubblico in sala.

 

Roma non ha avuto un cartellone lunghissimo di registi già consacrati dagli appassionati, sia con lavori in Concorso che come presentazione in Anteprima, ma i presenti non hanno quasi mai deluso. Si pensi al difficile tema sviluppato dal russo Ferorchenko con i suoi “messaggeri politico-culturali” in Siberia nella Russia staliana prima della Seconda Guerra Mondiale. O il tema del perdono e della Shaoh descritto dal tedesco Christian Petzold in Phoenix. Ha convinto e appassionato David Fincher, che in tanti hanno conosciuto a livello planetario proprio su questo red carpet con The Social Network, nonostante il regista avesse già portato “in scesa” Fight Club o Seven, con il suo Gone Girl, tanto da convincere gli organizzatori ad aprire le porte delle sale a una replica in più.

 

Come si diceva, la tecnologia ha fatto un passo indietro sulla recitazione, anche nel caso di un film pensato per i ragazzi ma che sviluppa tematiche molto più comprensibili ai genitori: Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, del francese Jean-Pierre Jeunet. L’interpretazione del Leonardo da Vinci del Montana ha fatto risvegliare nel pubblico una nuova riscoperta della scienza e della fisica, settori molto spesso abbandonati in un angolo perché ritenuti noiosi e infruttiferi.

 

L’Italia ha principalmente scommesso sulla commedia pop, senza che per questo ci si debba vergognare. La commedia, e noi italiani siamo da sempre maestri nel rappresentarla, non è un genere di serie B rispetto alle complesse tematiche di Fedorchenko e le inquietudini di Takashi Miike. Abbiamo potuto apprezzare lavori con giovani ancora poco conosciuto dagli spettatori, pellicole veloci e fruibili. Dove si sorride, in un Paese che ha perso un po’ l’allenamento nel distendere le rughe del volto.

 

Un Festival che ha lasciato indietro il tema dei cortometraggi, che sta cercando ancora una sua identità condivisa (l’anno prossimo saranno dieci anni dalla fondazione), che deve condividere con un budget non semplice e una programmazione cartellonista complessa.

 

Un Festival, che a differenza delle altre edizioni, è stato baciato da sole e vento per spazzare via le nuvole autunnali. Che sia di buon auspicio per il futuro?

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