A Ciambra – La fotografia di Tim Curtin

di Gianni Canova

Quasi tutto accade di notte. Gli scontri, i tradimenti, i conflitti, le fughe, i ritorni: il mondo di A Ciambra è un mondo che predilige il buio. Il giorno – con le sue luci livide e grigiastre – appare solo nelle sequenze di raccordo, come cerniera fra una notte e l’altra. Perché è la notte l’humus naturale in cui il giovane Pio – 13 anni, famiglia rom, analfabeta, una divorante voglia di crescere – vive il suo difficile e tormentato romanzo di formazione.

Nel disegnare questa notte – che è dentro i personaggi, oltre che fuori – la fotografia di Tim Curtin (già esperto operatore di camera, collaboratore del regista Jonas Carpignano già nel suo esordio con Mediterranea) ha un ruolo decisivo: se A Ciambra è lontanissimo da tutti i réportages televisivi sulla marginalità così come dagli stereotipi di tanto cosiddetto “cinema del reale”, è prima di tutto merito della fotografia. Che rende le immagini cupe, nere, dense. Più vicine alla pastosità cromatica di Anime nere di Munzi che alla luminosità di un film come Cuori puri di De Paolis. Il volto di Pio, il ragazzino protagonista, spesso affiora nell’ombra, resta per metà immerso nel buio. E la luce è quasi sempre fragile, instabile, precaria. A meno che non ci sia un dettaglio da valorizzare. Come il telaio della bici su cui Pio sfreccia nella notte, rosso che più rosso non si può. Rosso come la brace delle sigarette sempre accese, rosso come le fiamme dei roghi e dei falò che qua e là accendono la notte. È questa luce che trasfigura l’impianto neorealista del film (attori “presi dalla strada”, dialoghi negli idiomi nativi, set in location senza scenografie artificiali) e lo allontana dai canoni figurativi di tanti altri film analogamente attratti dalla marginalità.

Ci sono in A Ciambra alcune scelte di regia molto più convenzionali e stereotipate di quanto non sembra (l’insistenza di inquadrature che seguono i personaggi da dietro, ad altezza di nuca; l’uso efficace ma disinvolto della macchina a mano; le panoramiche a schiaffo). Le scelte luministiche invece sono spesso inattese. Ed è proprio grazie alla luce che A Ciambra aggira il rischio di essere una docufiction etno-antropologia su una comunità rom di Gioia Tauro per diventare invece un riuscito esempio di cinema tribale.

Probabilmente è questo che ha intrigato Martin Scorsese, tanto da indurlo a firmare il film come produttore esecutivo: nel mondo che Jonas Carpignano sceglie di raccontare non c’è società e non c’è neppure famiglia, ci sono invece e piuttosto solo tribù. I Rom, gli africani, gli esponenti della ‘ndrangheta locale: come in un film di Scorsese, come – poniamo – in Gangs of New York, le varie tribù interagiscono, si alleano, tradiscono, si scontrano. E il giovane Pio sta in mezzo, prigioniero di un codice che lo proietta in un paesaggio da tragedia greca.

Nel finale, quando deve decidere se restare fedele al legame di sangue che lo unisce alla famiglia o se preferire invece il codice dell’amicizia che lo lega a un giovane africano con cui ha condiviso le esperienze più importanti, Pio piange. E le sue lacrime che solcano il viso stavolta uniformemente illuminato ricordano il dolore e il dilemma di Antigone e di tanti altri eroi della tragedia. Alla fine, Pio sceglie e cresce. E l’ultima inquadratura – non a caso – è la prima eccessivamente illuminata, come sovraesposta, troppo luminosa, accecante. La notte, è finita, il film anche. Ora si torna alla realtà.

A Ciambra – come è noto – è stato scelto per rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar® per il miglior film straniero. Scelta giusta, condivisibile? Difficile dirlo. È un film ben fatto, non c’è dubbio, ma risponde alla stessa logica che lo scorso anno ha portato alla scelta (perdente) di candidare Fuocammare. C’è di mezzo Scorsese, certo, ma basterà? Io, personalmente, quest’anno avrei preferito Gatta Cenerentola, il bellissimo cartoon firmato da Alessandro Rak & Co.: ma il nostro sistema culturale è ancora troppo schiavo di pregiudizi realistici (e animato da nobili aneliti sociali…) per accontentarsi della meraviglia della luce e per apprezzare un film d’animazione basato su una fiaba del ‘600, politicamente scorretto, con una protagonista sexy e ammaliatrice e nessun alibi (o nessuna giustificazione…) di tipo etico-sociale.

Tags

, , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema