Chiamatemi Francesco – I costumi di Marina Roberti

di Gianni Canova

C’è una sequenza, in Chiamatemi Francesco, destinata a depositarsi nella memoria dello spettatore in modo più nitido e disturbante delle altre.

È quella ambientata nella Escuela Superior de Medicina di Buenos Aires, dove -in una penombra abitata dalla musica di un disco che dovrebbe coprire ogni altro suono- i militari della dittatura argentina torturano e seviziano i presunti oppositori.

Uno di questi -barba lunga, occhi bendati, torso nudo- mentre sta per essere sottoposto a una delle torture più crudeli si tocca ripetutamente l’anello che porta al dito.

L’avevamo già visto, quell’anello.

L’avevamo visto sulla mano di un gesuita da favela: uno di quelli che non ascoltano i saggi consigli del Provinciale -padre Bergoglio, appunto- e che preferiscono stare in strada  -con i poveri, gli emarginati, i diseredati-  invece di rifugiarsi nella pace artificiale delle chiese.

Anche se la tortura e la prigionia l’hanno reso irriconoscibile, noi lo riconosciamo, quel prete, grazie a un dettaglio.

E intuiamo, in virtù di quell’anello, la fine che hanno fatto nell’Argentina di Videla tutti quelli che non si sono piegati.

È uno dei rari casi, in tutto il film, in cui la costumista Marina Roberti (Dazeroadieci, Sole a catinelle, Anime nere) trasforma un dettaglio in un simbolo, in un marchio di riconoscimento.

Per il resto, preferisce lavorare di sottrazione, all’insegna di un sostanziale minimalismo: così, ad esempio, il giovane Bergoglio appare prima con una maglietta azzurra (nella scena in cui viene baciato al Museo di Storia naturale da una compagna innamorata di lui), poi con un abito marrone, con tanto di fazzoletto “dandy” nel taschino (quando balla il tango), quindi ancora con un pullover celeste senza maniche (quando annuncia la sua intenzione di partire missionario per il Giappone).

Ma subito dopo il futuro papa Francesco sceglie l’abito talare e lo indossa di fatto -con tanto di collarino bianco- per tutto il film, salvo un paio di scene più intime e private in cui si mostra con un cardigan grigio e camicia bianca sbottonata.

Forse è la scelta più giusta: siamo davvero di fronte a un caso in cui è l’abito che fa il monaco (o il gesuita…).

Padre Bergoglio lo sa, e agisce di conseguenza.

Anche Marina Roberti ne è consapevole.

Così, riduce al minimo gli interventi “creativi” sui costumi e racchiude tutta la storia di Bergoglio fra tre abiti con tre diverse tonalità cromatiche dominanti: il nero dell’abito talare che indossa per tutto il film e del clergyman con cui a Roma, prima del Conclave, rievoca in voice over la sua storia, affacciato su un tramonto romano bello da mozzare il fiato; il rosso del conclave, in puro stile morettiano da Habemus Papam; infine il bianco dell’abito papale nelle  immagini di repertorio in cui nel finale vediamo il vero Bergoglio affacciarsi su Piazza san Pietro subito dopo l’elezione al soglio pontificio e pronunciare il celeberrimo “Fratelli e sorelle, buonasera!”.

Nero, rosso, bianco: il destino di Francesco (la sua missione) è nel transito fra questi tre colori.

Ma al regista Daniele Luchetti interessa soprattutto il primo Bergoglio.

Quello che non è ancora Francesco.

Così, sui titoli di coda, azzera ogni colore e ci mostra un Bergoglio in bianco e nero che cammina tra la gente per le strade della sua Buenos Aires.

Non è il Bergoglio “vero”, è quello recitato (con forza e con misura) dal bravo Rodrigo De la Serna.

E tuttavia è più vero del vero: come se proprio il bianco e  nero, nella sua dichiarata artificiosità, sapesse restituirci la verità di un uomo e del suo destino.

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Commenti

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Loretta Viviani 2 anni fa

Bellissimo chiaro al punto di vedere le immagini attraverso le parole!! Grazie

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