Chiamami col tuo nome – La regia di Luca Guadagnino

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

 

Ogni storia ha bisogno di un luogo. Del suo luogo. Ha bisogno di quegli arredi, di quegli spazi, di quelle architetture. Ma anche di quell’aria, di quel paesaggio, di quella luce. Se la sposti altrove diventa un’altra storia. Luca Guadagnino lo sa bene. Lo sa meglio di qualsiasi altro cineasta italiano. I suoi film nascono in simbiosi con il luogo in cui sono girati e ambientati. Io sono l’amore non sarebbe quel gioiello che è se non si svolgesse a Milano, nelle eleganti sale art déco di Villa Necchi-Campiglio, mentre A Bigger Splash non trasmetterebbe quella sensualità calda e ventosa che emana se Guadagnino non avesse materializzato in un dammuso di Pantelleria la piscina pop dipinta da David Hockney nel quadro che dà il titolo al film.

Allo stesso modo Chiamami col tuo nome non avrebbe il fascino universale che trasmette a chiunque lo veda se non fosse stato girato lì dove Guadagnino – ingaggiato in un primo tempo solo come location manager – ha deciso di ambientarlo. Nel romanzo dello scrittore americano André Aciman da cui il film è tratto la storia si svolge a Bordighera, fra il mare e la luce di una Liguria borghese e aristocratica, di indubbio fascino, ma anche abbastanza “scontata”, e molto alla Ivory (il regista di Camera con vista, Maurice e Quel che resta del giorno, qui autore della sceneggiatura).

Guadagnino però si prende la libertà di cambiarla, la sceneggiatura, e fa una scelta radicale: sposta tutto nella bassa bergamasca, a Crema (la cittadina in cui vive) e negli immediati dintorni (Moscazzano, Pandino), con qualche escursione sul Lago di Garda (alle Grotte di Catullo di Sirmione), a Bergamo Alta (dove i due protagonisti si baciano appassionatamente nella bellissima Piazza del Duomo) e nell’alta Val Seriana (la scena sullo sfondo delle Cascate del Serio, con i due ragazzi che urlano e corrono su un pendio mentre in sottofondo c’è Mistery of Love). È un territorio cinematograficamente ancora vergine, che sullo schermo rivela una bellezza ruvida e forse anche un po’ ritrosa ma irresistibile. In questa torrida e assolata provincia lombarda Guadagnino trova il cuore pulsante del film (la seicentesca Villa Albergoni, nei dintorni di Crema), chiede alla set decorator Violante Visconti (nipote di Luchino) di aiutarlo ad arredarla con mobili e oggetti antichi e poi sottopone tutto il territorio circostante a un accurato lavoro di restyling per farlo tornare agli anni Ottanta (la storia si svolge nel 1983). Così la piazza di Crema si riempie di vecchie Fiat 127 o 128, nei bar ci sono ancora le cabine telefoniche, sui muri sono affissi manifesti elettorali che invitano a votare la falce e martello del PCI o lo scudo crociato della DC, e su tutto aleggia un respiro vintage di struggente dolcezza. Un solo errore, in tanta precisione filologica: il trenino della val Seriana, evocato nel film con tutte le sue fermate (Ponte Selva, Vertova, ecc) andava da Clusone a Bergamo (e non a Milano Lambrate come si dice nel film). E poi fu soppresso nel 1967, Oliver non avrebbe potuto prenderlo (come invece accade nel film) nel 1983. Ma non è neppure un errore: i luoghi, nei film, sono sempre luoghi del cuore.

Cosa produce questo spostamento da Bordighera a Crema? Cosa cambia nel sentimento che la storia ci trasmette? Cambia tutto. Nella campagna della bassa bergamasca, fra quei campi e quelle rogge, quei boschetti e quei fiumi, Luca Guadagnino trova il suo locus amoenus e conferisce alla storia d’amore fra Oliver e Elio un sapore arcadico e bucolico che non avrebbe avuto se invece che nelle campagne non molto lontane dalle terre di Virgilio e di Tasso fosse stata ambientata sulle coste scoscese e bruciate dal sole della Liguria di Ponente. Così, i suoi due giovani protagonisti si muovono in questo paesaggio arcadico come se fossero corpi scolpiti da Prassitele ma con l’anima di certe creature di Teocrito. Non sto esagerando: il film rende espliciti i suoi riferimenti, li cita apertamente e li offre allo spettatore che li voglia usare per sentire con più profondità e consapevolezza emotiva ciò che il film cerca di fargli provare. Chiamami col tuo nome, così, è davvero un idillio: e la storia di Elio e Oliver (che Guadagnino inquadra non a caso a testa in giù mentre decidono di scambiarsi i loro nomi) riesce ad avere un sapore così universale anche e proprio perché ha le sue radici così saldamente piantate in un luogo, in quel piccolo luogo della provincia italiana. Altro che cineasta cosmopolita, privo di agganci con la realtà italiana, come qualche distratto recensore ha osato scrivere di Guadagnino.

Le storie, ci suggerisce questo film, sono come le parole. Bisogna sempre sapere da dove vengono. La lunga e affascinante ricognizione etimologica sulla parola albicocca – che ci viene offerta nella prima parte del film – è in questo senso quasi la chiave di tutto: perché quella parola che tutte le culture hanno fatto propria e riplasmata, indica comunque un frutto “precoce”, che matura più in fretta, a condizione di crescere nel terreno giusto. Chiamami col tuo nome è davvero un film-albicocca: non è la pesca usata da Elio in una scena di autoerotismo il frutto-simbolo del film, ma l’albicocca che cresce nel giardino della villa, con un nome che è arabo e greco e latino e romanzo al tempo stesso, e che nella sua maturazione precoce evoca l’urgenza di fare i conti con la propria linea d’ombra, e di diventare sessualmente grande in fretta, prima degli altri, del giovane Elio. Vedi il film e ti sembra di sentirlo, il sapore delle albicocche, ma anche l’afrore dolciastro del sugo di pesca che Elio spreme con la mano, assieme all’odore di mozziconi di sigarette che aleggia nelle osterie della bassa, e al profumo di erba, e di terra e di fiume.

È un piccolo miracolo, questo film: Guadagnino riesce perfino a fare meglio dei suoi maestri Bertolucci (Io ballo da sola) e Rohmer (i cui film anni Ottanta sono presi a modello per i costumi). Riesce a prendere un microcosmo e farne un riflesso del mondo. E a commuovere il mondo parlando della campagna nei dintorni di Crema. La critica italiana non lo ama. Non ha amato Io sono l’amore, e a Venezia due anni fa ha vergognosamente fischiato A Bigger Splash. Anche su Chiamami col tuo nome – accolto con più rispetto se non altro dopo i successi di Berlino e le 4 nominations all’Oscar – non mancano comunque i distinguo, i “Sì, ma…”, le perplessità di chi accusa il regista di guardare l’Italia con uno sguardo “straniero”. Sarà. Nel cinema dove l’ho visto io, in sala, col pubblico vero, in una proiezione in lingua originale con i sottotitoli, il pubblico si è messo ad applaudire alla fine della proiezione. Ad applaudire! Non capita spesso, soprattutto con un film di un regista italiano. Meditiamo, gente, meditiamo.

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ugo malasoma 3 mesi fa

Film delicato, fotografia luminosa, luoghi incantati ma parecchio citazionista. Ci vedo Bertolucci, ci vedo "il giardino del Finzi Contini", ci vedo già un certo "manierismo". E la voglia di titillare un certo pubblico. Ora, che nel 1983 una famiglia ebrea sia già così "liberale" da assecondare le tendenze del figlio diciassettenne mi pare proprio improbabile. E' come se Guadagnino avesse ritratto un "mondo a parte", parecchio idilliaco: intellettuale con citazioni coltissime, comprensivo, tollerante, aperto a "tutto", mai urlato nemmeno quando la ragazza dopo essersi concessa a Elio finisce per stringergli la mano senza tante cerimonie per essere stato deflorata....e tutto questo mondo lo si osserva con curiosità con ammirazione ma senza empatia, come se fosse illustrato benissimo ma in una bella "bolla". Il mondo vero è fuori? Ho fatto fatica ad entrarci. Alla mia proiezione di applausi neanche l'ombra e molte perplessità....ovviamente per i peana letti qua e là della nostra critica, che si è svegliata pure parecchio tardi. Dove era a Berlino 2017?

Giancarlo Napolitano 3 mesi fa

"il pubblico si è messo ad applaudire alla fine della proiezione. Ad applaudire! Non capita spesso, soprattutto con un film di un regista italiano. Meditiamo, gente, meditiamo." In effetti e' un film di una produzione non italiana e come e' stato messo in risalto anche altrove Luca no avrebbe avuto la stess anotorieta' se fosse rimasto nei circuiti italiani. Meditiamo su come l'Italia spinga ancora i migliori ad emigrare e a trovare quel riflesso di luce che forse no avrebbero mai trovato nella propria patria.

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