The Lobster – Il soggetto di Yorgos Lanthimos

Non azzardatevi più a parlare di amore cieco se non avete visto The Lobster.

Il finale di The Lobster.

A me non era mai capitato, prima, di capire (di vedere?) con tale e tanta profondità cosa significhi essere accecati dall’ amore. O per amore.

Se leggete che The Lobster è un film di fantascienza, o un fantasy distopico, diffidate. È vero solo fino a un certo punto.

The Lobster è, prima di tutto, un piccolo grande film sull’amore. Sulla sua impossibilità. E sulla cecità che esso – al pari del suo opposto, l’odio – può produrre in ciascuno di noi.

Yorgos Lanthimos, il cineasta greco che ha firmato la regia, qui è prima di tutto un geniale creatore di mondi.

Ciò che fa di The Lobster un film unico (assolutamente unico: non assomiglia a nessun altro film che avete visto finora, salvo forse Fahrenheit 451 di François Truffaut) non è la regia, non è l’interpretazione degli attori (che pure sono bravissimi, da Colin Farrell a Rachel Weisz), non è né il montaggio né la fotografia, e non è nemmeno la sceneggiatura.

È, prima di tutto, il soggetto: l’idea di un mondo possibile che mette in moto una possibile storia.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Lanthimos in collaborazione con Efthymis Filippou, potrebbe anche non funzionare (e qualcuno sostiene proprio che non sempre funziona).

Ma il soggetto è potentissimo.

Perché inventa un mondo totalitario che è al contempo lontanissimo dal nostro, ma che potrebbe, paradossalmente, già essere il nostro.

Ridotto all’osso: esiste un mondo in cui se a 40 anni sei single vieni deportato in un hotel di lusso assieme agli altri “individualisti” come te e lì hai 45 giorni di tempo per trovare l’anima gemella e innamorarti. Le regole sono severissime (se ti beccano a masturbarti ti infilano la mano colpevole in un tostapane rovente…). Se ce la fai e ti accoppi, sei libero, se non ce fai vieni trasformato in un animale a tua scelta, che devi indicare subito al momento del tuo ingresso nell’hotel/lager. Vie d’uscita? In teoria puoi sempre provare a scappare. Nei boschi intorno all’hotel vivono i solitari, fuggiaschi che sono riusciti ad evadere. Se vuoi, puoi provare ad unirti a loro. Salvo scoprire che fra loro vigono regole ancora più feroci e crudeli, anche se rovesciate, rispetto a quelle che strutturavano la vita nell’hotel.

Rispetto a tanti film che parlano dell’amore per luoghi comuni, per sdolcinatezze languorose, per esibizioni ginnico-muscolari, o per finte provocazioni pseudo-trasgressive, Yorgos Lanthimos ci dice in realtà come proprio intorno all’amore – a come si deve amare, a chi si deve amare, a cosa significhi amare – si imbastiscano i peggiori totalitarismi del nostro tempo.

O forse anche i peggiori totalitarismi tout court.

Perché The Lobster è come un film fuori dal tempo.

Rispetto a chi ti dice che sei obbligato ad amare, o a chi ti dice che ti è proibito amare, Lanthimos rivendica – con gesto anarchico e libertario – il valore ribelle della scelta individuale.

Fai quello che senti e quello che vuoi.

A qualunque costo.

Anche a costo di precipitare nell’amore cieco.

Cioè in quello che ti priva letteralmente del senso della vista.

Come capita, appunto, nel finale.

Non solo al protagonista, ma anche a noi.

Che per qualche secondo proviamo la vertigine di vedere uno schermo totalmente nero.

Nel buio, non vediamo più nulla. Che è successo? Che stiamo provando anche noi l’esperienza dell’amore cieco?

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