Carol – La scenografia di Judy Becker

di Gianni Canova

Ci sono storie, al cinema, in cui i personaggi sono definiti dai luoghi. In cui è il luogo a conferire identità (e a imprigionare in un’identità…)  il personaggio che lo abita. È soprattutto nel mélo che la dialettica fra spazio e personaggio si dispiega: perché è lì, dove i corpi fremono per desideri impossibili, dove le convenzioni stringono e dove i pregiudizi uccidono, che i luoghi assumono la loro connotazione più forte e vincolante. Più caratterizzante ma anche più oppressiva.

Carol di Todd Haynes è in questo senso esemplare.

Due donne nella New York dei primi anni Cinquanta. Per la precisione, nel dicembre del 1952.

Una è bionda, l’altra mora. Una matura, l’altra più giovane. Una ricca, l’altra no. La prima (Carol, interpretata da Cate Blanchett) vive in un’elegante villa di mattoni in un sobborgo residenziale della città, la seconda (Therese, interpretata da Rooney Mara) vive in un anonimo appartamentino di pochi metri quadri a Manhattan. Da un lato marmi, pianoforti, parquet, caminetti, dall’altro pareti grigie e mobili ordinari. I destini delle due donne si incontrano in un luogo “neutro”: un grande magazzino dove Therese – docile, acerba, “piovuta dallo spazio” – fa la commessa e dove Carol – diafana e magnetica – sta cercando un regalo di Natale per la figlia. I loro sguardi si incrociano davanti al plastico di un trenino elettrico: sarà il regalo che Carol farà alla figlia, ma anche il simbolo di un percorso di viaggio che le due dovranno intraprendere per cogliere fino in fondo le conseguenze di quel primo sguardo. Per coltivare loro relazione, le due donne avranno davvero bisogno di abbandonare i loro luoghi identitari e di mettersi in cammino. Di andare via. Di cercare un altrove non solo simbolico in cui l’impossibile possa diventare reale.

La Carol di Cate Blanchett è quasi la reincarnazione (la riapparizione…) di Laureen Bacall, mentre la Therese di Rooney Mara lo è di Audrey Hepburn. In un film che continuamente omaggia la grandezza del cinema del passato, anche la scenografia di Judy Becker non può che guardare indietro, al décor dei film di Douglas Sirk e dei suoi fiammeggianti mélo anni Cinquanta. In Carol però di fiammeggiante non c’è più nulla: Becker immerge la storia nel freddo grigio e nevoso dei giorni prima di Natale e lava via dalla storia ogni patina glamour. È il freddo l’elemento più caratterizzante della scenografia. Fredda la villa di Carol come freddo l’appartamentino di Therese. È contro quel freddo – sociale, culturale, emozionale, ambientale – che dovranno combattere le due donne per affermare il loro diritto all’amore. La Becker – già candidata all’Oscar per American Hustle, ma anche autrice della scenografia di un altro grande cult del cinema omosessuale come I segreti di Brokeback Mountain –  sceglie di ambientare tutta la stoia d’amore fra Carol e Therese in non-luoghi come camere d’albergo, ristoranti, pub e motel. Solo lì, in luoghi pubblici, le due donne possono realizzare il loro sogno “proibito”. I loro spazi privati sono carcerari (si pensi anche solo alle ripetute inquadrature sull’angusto corridoio che distribuisce gli spazi nell’appartamento di Therese), per riscoprirsi libere le due devono salire a bordo della Packard grigia di Carol e viaggiare dal Drake Hotel di Chicago (“tessuti stupendi, mobili stupendi…”) a uno squallido motel di Waterloo, Iowa, dove la notte di capodanno del 1953, davanti a uno specchio (ah, gli specchi di douglas Sirk…!), fanno per la prima volta l‘amore.

Ma la trovata scenografica più geniale è nel finale: quando Therese entra nel ristorante in cui Carol le aveva detto che sarebbe andata, sembra davvero di rivedere Scottie/James Stewart che in un ristorante analogo cerca Judy/Kim Novak in La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Stesse luci, stessi toni, stessi sguardi. Lì, nella sua biondità, nel suo sguardo celeste e glaciale, la Carol di Cate Blanchett sembra davvero la reincarnazione di un fantasma. Del cinema, oltre che del desiderio.

 

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Simone Cinelli 1 anno fa

Sceneggiatura davvero particolare e film da vedere!

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