Captain Fantastic – La recitazione di Viggo Mortensen

di Gianni Canova

Per capire davvero che grande attore sia Viggo Mortensen bisogna avere la pazienza – vedendo Captain Fantastic – di aspettare il sottofinale. Non dico nulla di come ci si arriva. Dico solo che Ben Cash – il padre “antagonista” interpretato da Mortensen – è alla guida del pullman scalcagnato su cui vive con i suoi se figli. Loro però in quel momento non ci sono. Non vi dico perché, né se torneranno, dico solo che lì, in quel momento, il padre è solo. E piange. Un piano sequenza molto lungo (io ho contato fra i 40 e i 50 secondi), senza stacchi, con la macchina da presa che sta incollata agli occhi, impassibili ma bagnati dalle lacrime. Lo sguardo dell’attore è fisso sulla strada, solo una volta si tocca il naso con il pollice e l’indice della mano. C’è il pianto, e nient’altro. Questo momento è il climax liberatorio di tutto il film, l’attimo in cui la costitutiva ambiguità del personaggio si ricompone e trova una sintesi che lo restituisce alla sua umanità.

Che padre è Ben Cash? È un compagno dei figli o è un dittatore? Personaggio difficile, quello che Viggo Mortensen ha accettato di interpretare: difficile perché fuori dai binari consueti e dai canoni consolidati. Il suo Ben è un ribelle figlio degli anni Settanta: un po’ hippie un po’ ecologista, un po’ zen un po’ marxista, vive con i sei figli nelle foreste del Nord America e li alleva educandoli in modo durissimo, alternando allenamenti fisici molto intensi ad altrettanto impegnative prove intellettuali. Sua figlia di otto anni, che non va a scuola, ma legge e studia con il padre e con i fratelli, ha capito cos’è la Dichiarazione dei Diritti molto meglio dei suoi due cugini liceali, imbottiti di tv e di videogames, a malapena capaci di balbettare frasi imparaticce senza logica e senza senso. I Cash sono diversi: vanno a caccia, si arrampicano su pareti lisce come uno specchio, contestano il Natale, festeggiano il compleanno di Noam Chomsky, espropriano supermercati, sgozzano cervi e discutono di matematica e filosofia. Ben Cash è l’artefice e l’ideatore di questa utopia. E Viggo Mortensen – barbuto, capelli lunghi, una cicatrice sulla spalla sinistra e un uccello tatuato sul bicipite destro – gli dà vita con una recitazione tutta fatta di sottrazioni, di sfumature, di silenzi. Ci si poteva aspettare un personaggio sopra le righe, poteva fare di Ben Cash un visionario intransigente e un po’ fanatico, nello stile di certi eroi alla Werner Herzog, per intenderci. E invece no. Anche quando va in crisi, anche quando i suoi figli mettono sotto accusa il suo metodo (“Hai fatto di noi dei mostri!”), lui incassa, non reagisce, non aggredisce. Vorrebbe farlo – lo si intuisce da quasi impercettibili movimenti dei muscoli facciali – ma si trattiene, si frena. Sa che i suoi figli che lo contestano sono la sua più grande vittoria. E allora accetta anche di essere messo radicalmente in discussione. Il regista Matt Ross gli chiede di far scontrare la sua utopia educativa con le difficoltà che incontra e le contraddizioni che genera nel mondo “civile”: e qui, ad esempio nel conflitto che lo contrappone al suocero (un grandissimo Frank Langella) dopo la morte della moglie, Mortensen è davvero superbo. Poteva ridurre il suo personaggio all’ennesima incarnazione del buon selvaggio (la prima volta appare col volto coperto di fango…) o farne la versione adulta del protagonista in fuga di Into the Wild. Invece fa un’altra scelta. E riesce a coniugare realismo e utopia, mettendoli d’accordo nel paesaggio dipinto sul suo volto in primo piano.

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