Cannes 71: Politica, guerre, diritti civili. Anche nel primo film italiano al Festival

di Laura Delli Colli

Tempo di lettura: 3 minuti

Primo film italiano oggi al Festival che apre la vetrina dei titoli scelti a Cannes con un’opera singolare, particolarmente ricca di impegno e soprattutto frutto di un lavoro di docu-fiction, che unisce le immagini del regista Stefano Savona all’animazione di un autore particolare come Simone Massi (autore per anni delle sigle di apertura di Venezia alla Mostra) – Il film è La strada dei Samouni presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, racconto del massacro di ventinove persone, di una stessa famiglia contadina, avvenuto durante un’operazione condotta dall’esercito israeliano nel 2009.

Non è la prima volta che Savona documentarista e anche archeologo e antropologo, affronta il tema della guerra a Gaza: già nel 2009 era riuscito ad infiltrarsi nella Striscia per realizzare un videodiario, pubblicato quotidianamente sul suo blog online, per vivere e far vivere ai suoi lettori la guerra con uno sguardo dall’interno. Savona è tornato oggi a Gaza City proprio sulle tracce di quelle persone che durante i combattimenti erano rimaste in quella periferia rurale: persone che, sperando di salvarsi dalla guerra, furono invece brutalmente sterminate, durante un tremendo attacco aereo israeliano che distrusse tutto. “Ho incontrato quelle persone che mi hanno raccontato con straordinaria dolcezza gli eventi drammatici ai quali erano appena sopravvissute” ha detto oggi parlando del film, una “fiaba nera” raccontata attraverso lo sguardo di Amal, una ragazzina creduta morta e invece sopravvissuta. E La strada dei Samouni diventa un film che sente il bisogno di allacciarsi al passato per capire il futuro.

Persecuzioni, guerre e diritti civili in primo piano, insomma. Per non parlare dei ‘casi’ politici che di giorno in giorno si moltiplicano sotto i riflettori del Festival più glamorous del mondo: Cannes quest’anno va in controtendenza con la sua stessa storia e a due giorni dall’inizio conferma decisamente più di sempre la sua attenzione ai temi che più dividono popoli e paesi del mondo, soprattutto nelle aree dove più forte è il conflitto sui diritti umani. È quello che confermano alcuni titoli interessanti che, trasversalmente in tutte le sezioni parlano un linguaggio più vicino al cinema del reale che alla grande fiction hollywoodiana e europea che ha, da sempre, trovato casa e audience sulla Croisette.

Un Festival dalla doppia anima, quello che i primi giorni stanno mostrando: impegno nei film e grande attenzione al cinema di qualità soprattutto nei contenuti e la sera, oltre i film, come sempre feste, mondanità, vetrina di moda e di stile sotto le griffe degli stilisti che sfilano sul red carpet. Ma torniamo ai film che più di tutto sanno raccontare questa linea di così impegnata e militante.

In Yomeddine, opera prima del 33enne egiziano A.B. Shawky, in concorso, la storia di una colonia per lebbrosi a nord del Cairo (dove l’autore del film ha trascorso anni girando anche il cortometraggio The Colony). Lì Beshai che porta i segni della lebbra nelle cicatrici che scrivono la sia esperienza sul volto e sul corpo, per vivere si arrangia rovistando nella spazzatura e rivendendo quello che trova. Un film che fa dialogare cristiani e musulmani “.

Altro titolo visto è Leto come il brano che accompagna l’incontro e la conoscenza di Viktor e Mike principio di una storia molto più grande di quella della conoscenza tra due musicisti, che gli attori hanno raccontato di aver vissuto con molta libertà. Il tema, dalla Russia di un autore perseguitato, in questo caso ci fa entrare nell’ambito dei diritti, quelli che per esempio riguardano la libertà di un artista. Viktor rappresenta il simbolo di un ricambio generazionale per la Russia in una storia biografica che inquadra anche la Leningrado degli anni ’80, invasa dall’energia dell’amore e dell’amicizia, dalla libertà che il film racconta, in un momento strepitoso che il Paese rimpiange.

Ma la sua è anche la storia di un modo di creare l’arte, in uno spirito di scambio creativo che nasceva nelle comuni dove anche il rock’n’roll, diventava stile di vita in un ritratto d’epoca che trasforma il film anche in una specie di videoclip in bianco e nero. E il fatto che il regista russo del film, come l’iraniano Panahi, non sia a Cannes, perché ai domiciliari essendo l’ex direttore artistico del teatro moscovita d’avanguardia Gogol Center (ora accusato di frode allo Stato per 68 milioni di rubli, con il pretesto di finanziare un progetto teatrale senza scopo di lucro) dice tutto quello che il film non può raccontare con il linguaggio della cronaca di oggi.

Di diritti civili, in questo caso nel mondo di un amore omosessuale tra due ragazze, parla anche la regista keniota Wanuri Kahiu, che ha studiato alla UCLA di Los Angeles e rappresenta la nuova generazione di autori africani. Il suo film a Un Certain Regard è Rafiki, storia di Kena e Ziki, due ragazze che vivono nello stesso quartiere a Nairobi e scoprono di amarsi ma devono scegliere tra l’amore e la tradizione. Rafiki significa ‘amico’ in swahili ma è anche il modo che nel mondo gay si usa per presentare i propri compagni o compagne. In un clima che il film ci mostra decisamente chiuso e ostile alla vicenda delle due donne che rischiano un linciaggio collettivo. Come finirà? Una storia non accettata, sembra impossibile eppure il destino a volte non prevede fino in fondo la sconfitta del cuore…

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