Cannes 71: Dogman, surreale come Buster Keaton. E Garrone ancora una volta conquista la Croisette

di Laura Delli Colli

Tempo di lettura: 3 minuti

Due personaggi estremi che restano dentro, una storia fatta di violenza psicologica, una periferia primordiale dove la violenza è la regola e anche il paesaggio assume il senso di un ‘non luogo’ dove ogni scontro sembra consumarsi come in un western.

Matteo Garrone è tornato per la quarta volta in concorso sulla Croisette con un film importante e insieme inquietante, in cui si respira una violenza che aleggia sulla storia e sulle immagini come il cielo di Castelvolturno, capace di cambiare colore nell’arco di un attimo passando dalla luce accecante di un sole da Mezzogiorno di fuoco alla cupezza di un mood livido, atmosfera perfetta per un noir che si consuma nel degrado più totale.

Dogman, oltre dieci minuti di applausi, è arrivato sulla Croisette in un clima trionfale: per Garrone, è un Imbalsamatore di ritorno che rielabora di nuovo il fattaccio della Magliana e da al ‘canaro’ di allora un’anima imprevedibile e uno straniamento lunare che diventa la fragile sudditanza psicologica alla quale si ribellerà.

L’ambiente è lunare, ai margini della civiltà, i personaggi che lo abitano i membri di una comunità chiusa in sé stessa fatta di regole e di complicità capaci di trasformarsi nella prepotenza di un clan che accetta e rifiuta, arruola e allontana in un lampo. Il film -oltre l’episodio di cronaca che dolorosamente Garrone allontana per primo ritornando alla memoria dei fatti- mette in scena due personaggi che restano impressi nell’anima: il primo è Marcello (è il piccolo grande esordiente Marcello Fonte) che ha la delicatezza e insieme lo sguardo surreale di un Buster Keaton di oggi, un ‘canaro’ dall’animo gentile che gestisce un negozio di toeletta per cani (e nella vita l’attore alla prima esperienza importante ha davvero pensato di farlo, ora che è diventato un esperto grazie alla preparazione del film). Un padre separato che ama teneramente la figlia Alida e per lei vive -oltre il negozio di toelettatura- di espedienti occasionali, sognando di trovare i soldi per pagarle vacanze esotiche con autentiche immersioni subacquee.

La vittima designata è Simoncino (Edoardo Pesce), ex pugile suonato, schiavo della cocaina, manesco, che tiene in scacco con la sua follia violenta l’intero entourage di questo strampalato villaggio seminando il terrore ovunque, dal ristorante alla sala giochi, dal ‘compro oro’ alla ‘tana’ di Dogman.

Sarà contro la sua violenza che scatterà la reazione finale di Marcello, schiacciato quotidianamente da soprusi e umiliazioni, psicologiche ma anche fisiche. A Cannes Garrone, molto amato dal Festival, ha già vinto due Grand Prix (per Gomorra e Reality), ma chi da questo film si aspetta violenza splatter e immagini sanguinolente sarà deluso. Il regista, anche sceneggiatore di Dogman con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, è anche produttore del film con la sua Archimede insieme a Paolo del Brocco per Rai Cinema.

Dogman è in sala da oggi, 17 maggio, con 01, vietato ai minori di 14 anni. “Chi non ne sa nulla, chi arriva candido alla visione, senza conoscere la cronaca dei fatti è il mio spettatore ideale” dice il regista. E in questa giornata molto italiana, un pubblico dal candore ideale è pronto alla favola nera di Dogman è anche lo spettatore ideale di Troppa grazia, il film di Gianni Zanasi che ha concluso la Quinzaine, con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Carlotta Natoli, Thomas Trabacchi. Racconta la storia di Lucia (è Alba Rohrwacher), geometra di 36 anni che vive da sola con sua figlia arrangiandosi tra mille difficoltà, il Comune la incarica di controllare un terreno dove deve sorgere una grande opera architettonica aspettata da tutti. Lucia si accorge che le mappe del Comune sono piene di errori per coprire un rischio geologico ma decide di non dire nulla. Però quando incontra una profuga e le offre 5 Euro succede qualcosa di strano: la sera, mentre è in cucina la rivede davanti a lei. E la donna, che si rivela come una Madonna, le dice: “Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa” Dice il regista: “L’unica cosa che ci si può permettere in questi anni difficili è sopravvivere” . Anche credendo ai miracoli? “Da qualche tempo mi capita di scivolare in un cinema di eventi miracolosi” dice da parte sua la Rohrwacher “Un segno dei tempi. Anche da spettatrice mi capita di vedere film che s’interrogano su un altrove e una dimensione intangibile dell’anima. C’è un gran bisogno forse di film liberatori…”

In una giornata così importante per il cinema italiano non poteva mancare un maestro. E il Festival ha dato spazio a Marco Bellocchio per raccontare in un cortometraggio di 16 minuti la Resistenza dal un punto di vista molto personale e anche familiare. La lotta, alla Quinzaine Des Réalisateurs (che nel 2016 aveva ospitato il suo ultimo lungometraggio Fai bei sogni) si è visto in prima mondiale, anche se senza l’autore.  Un piccolo film nato nei luoghi del regista, lungo il fiume Trebbia che ha più volte trovato spazio nel suo cinema nato spesso nel suo laboratorio di Bobbio.

In una limpida giornata d’estate, Tonino è un fuggiasco, un partigiano, ma anche un giovane in costume da bagno che sta prendendo il sole sul greto di un fiume. Per sfuggire alla morte si tuffa nel fiume… e torna alla vita normale, accanto alla madre e a una ragazza, Emma, affezionata a lui, in una spiaggia improvvisamente popolata di bagnanti dei giorni nostri…

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