Cane mangia cane – La regia di Paul Schrader

di Gianni Canova

 

Sconcertante. L’hanno definito così l’ultimo film di Paul Schrader. Con una connotazione per lo più negativa. A me piace invece interpretare questo aggettivo (che mi pare a suo modo perfetto) in un’ottica paradossalmente e provocatoriamente positiva.

Come dire: Cane mangia cane è un film che impedisce agli elementi che lo compongono di “accordarsi”. È l’opposto di concertante: non produce armonia, bensì disarmonia. Non genera accordi, ma disaccordi. Dissocia i vari ingredienti del linguaggio cinematografico e li lascia andare ognuno per la sua strada.

L’avesse fatto un altro regista, sarebbe stato quasi certamente un fallimento. Estetico, e non solo. Ma se dietro la macchina da presa c’è Paul Schrader (sceneggiatore di Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, oltre che regista – tra l’altro – di American Gigolò e Il bacio della pantera), allora lo sconcerto è un concetto che va preso molto sul serio e valutato senza pregiudizi nelle sue cause e nei suoi effetti.

A 70 anni, Schrader vuol essere libero. Libero da Hollywood, dagli studios, dal budget, dal box office. Libero dai luoghi comuni, dal politicamente corretto, perfino libero dal pubblico e dalle sue attese. Vuole poter praticare l’eccesso.

Osservate: fin dalla sequenza d’apertura (con quei due intollerabili femminicidi, e con i dettagli più raccapriccianti sbattuti in faccia allo spettatore) Cane mangia cane è un film eccessivo. Perché il personaggio di Mad Dog (Willem Dafoe) ha un occhio tatuato sotto il mento? Perché questa proliferazione bulimica di sguardi, di occhi, di punti di vista immersi in un universo cromatico dominato dal rosa confetto e dal blu luminescente?

Tratto dall’omonimo romanzo di Edward Bunker (scrittore ex-carcerato, a detta di molti fra gli ispiratori più determinanti del pulp di Tarantino) Cane mangia cane è un film sfrenato. Affamato. Nomade. Erratico. Vagabondo. Non necessariamente bello, beninteso, Ma assolutamente libero.

Coltissimo e consapevole, Schrader attraversa la galassia del noir post-tarantiniano. In apparenza ne imita il linguaggio, ma poi in realtà va da un’altra parte. Non sa nemmeno lui bene dove? E’ proprio questo il bello.

Nel raccontare la storia (storia?) di tre ex-carcerati, losers fin dal primo sguardo, che vagolano nel regno del crimine tra sfrenatezze ed eccessi, continuando a ripetere di sentirsi la reincarnazione di Humphrey Bogart o di James Cagney senza accorgersi di scivolare irrimediabilmente verso un destino di sconfitta e perdizione, Schrader si affranca da tutti i canoni del genere e costruisce un film che sbanda e deraglia senza sosta, andando alla ricerca del fantasma dello stile.

Alcuni stilemi del noir sopravvivono (la voce fuoricampo del protagonista, la presenza di personaggi psicotici alla ricerca di un’impossibile redenzione), ma poi quel che colpisce è l’assenza di un centro gravitazionale da parte di un regista che se volesse saprebbe bene come trovare il baricentro del racconto.

Invece no. Il centro non c’è. C’è solo la nebbia rossastra del finale, e la percezione – dopo la sbornia di visioni – che non sia più possibile neppure vedere. Schrader si ferma lì. Sulla soglia dell’irrapresentabile. E ci lascia nello sconcerto. Non è cinema per tutti, questo. Ma chi va al cinema anche in agosto, vuol dire che ha una passione vera.

E allora, forse, può avventurarsi anche sul terreno minato di un cinema in cui non c’è posto per i pop corn, e dove ogni mappa rischia di risultare inutile o ingannevole.

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