Café Society – La fotografia di Vittorio Storaro

di Gianni Canova

Ci voleva Vittorio Storaro per convincere Woody Allen a passare al digitale. Per la prima volta nella sua lunga e onorata carriera, l’autore newyorkese abbandona la pellicola e si affida a uno dei più grandi direttori della fotografia viventi, già tre volte Premio Oscar (per Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore), per girare il suo nuovo film con una Sony F65, a detta dello stesso Storaro la telecamera digitale in grado di assicurare i risultati visivi che più si avvicinano alla definizione della pellicola.

Il risultato è strabiliante: dal punto di vista della sceneggiatura, della caratterizzazione dei personaggi, perfino della regia, Café Society non aggiunge nulla di nuovo a quell’estetica vintage, intrisa di nostalgia per l’età dell’oro (del jazz e del cinema…), che Woody Allen insegue ormai da parecchi film, tra feste, amori, tradimenti e chiacchiere a gogo. Quel che c’è di nuovo, e di portentoso, in Café Society, è la luce. E’ la fotografia che, grazie all’uso creativo dell’illuminazione, rende vivi – e pulsanti e vibranti – ambienti e situazioni che altrimenti sarebbero risultati inerti e anche un po’ malinconicamente lontani.

Storaro si ispira, per sua diretta ammissione, al lavoro di grandi fotografi del passato come Alfred Stieglitz e Edward Steichen, ma anche alla lezione di pittori come Edward Hopper e – soprattutto nella seconda parte, quella ambientata a New York nel locale trendy diretto dal giovane protagonista – allo stile Art Déco dei dipinti di Tamara de Lempicka.

Quello che ha di straordinario Café Society è la capacità di far vivere un ambiente solo con la luce. Lo dichiara, proprio all’inizio del film, la voce del narratore: la realtà non avrà mai la leggiadria e l’intensità del colore in technicolor. Quindi, Storaro disegna e reinventa una realtà artificiale che ha nella luce e nel colore del cinema la sua anima.

E’ la luce che differenzia gli ambienti, li fa vivere, li rende unici e inconfondibili: a Hollywood, nella bellissima sequenza d’apertura ambientata a bordo della piscina della villa che fu di Dolores del Rio, la luce è ambrata e dorata, satura e calda, anche se del calore di un tramonto (siamo in un film vintage, in un mondo che non c’è più, e Storaro non lo dimentica), mentre nelle scene ambientate nel Bronx, dove vive la famiglia ebrea del giovane Bobby (Jesse Eisenberg), emigrato a Hollywood in cerca di fortuna, la luce è livida e pesta, grigia, piatta, monocroma, raggelante.

Negli interni Storaro utilizza sempre fonti di luce diegetiche (lampade, lampadari, abat jour…) che gli consentono di tessere raffinati ricami nell’intreccio di tenebre e luci, come nella bellissima scena in cui Vonnie (Kristen Stewart), in lacrime, raggiunge Bobby a casa sua, va via la luce elettrica e i due personaggi avvicinano i loro volti illuminati solo dalle fiammelle di due candele che tremolano nel buio.

Ci sono scene e ambienti color crema e altri color tabacco (i legni che foderano gli uffici degli studios hollywoodiani), nella sequenza in cui Vonnie è al telefono con addosso solo elegantissima lingerie color champagne la luce che la avvolge ha la stessa tonalità cromatica, mentre nel locale di Bobby mentre i personaggi bevono skotch la luce assume la stessa densità ambrata della bevanda.

Una tavolozza, insomma. Modernissima, volutamente spregiudicata nel suo giocare d’attrito con l’impianto retrò del film, con i suoi stacchi a tendina, la sua nostalgia per lo swing time, la sua malinconica evocazione di un tempo perduto in cui poteva capitare di andare a cena da Spencer Tracy o di essere inviatati a una festa nella villa di Billy Wilder.

Storaro rende omaggio anche al cinema di Woody Allen con l’indimenticabile inquadratura su New York che segna la decisione di Bobby di tornare a casa: vista dalla baia, con lo skyline dei grattacieli al crepuscolo, Manhattan sembra un ricamo o un traforo di luci. Con immagini così, Storaro ha davvero tutte le ragioni quando rivendica anche per il direttore della fotografia lo statuto di coautore di un film.

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Francesco K. Poli 10 mesi fa

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